Pil, disoccupazione, consumi: le cifre inchiodano il governo

Record di senza lavoro, famiglie e imprese tartassate, conti pubblici disastrosi. Altro che ripresa, tutti i dati sconfessano l'ottimismo di Letta e Saccomanni

Pil, disoccupazione, consumi: le cifre inchiodano il governo

L'economia non è una scienza esatta. Ma dispensare ottimismo e promesse di fronte a numeri catastrofici, come fa il governo, non è un errore: è una colpa. Le cifre, senza alcuna eccezione, dicono che la crisi perdura, rimane profonda, con scarse prospettive di ripresa. La disoccupazione è giunta ai massimi storici, la produzione industriale è scesa ai livelli del 2006, il potere d'acquisto delle famiglie è calato dell'1,5% soltanto nei primi nove mesi del 2013. Nello stesso periodo la pressione fiscale è giunta al 41,4% del Pil. I dati ufficiali li avremo solo a fine febbraio, ma comunque il 2013 si chiuderà in profonda recessione, con un Pil in calo intorno all'1,8%.
Il governo, e in particolare il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni, la pensa così: abbiamo toccato il fondo, la caduta si è fermata. È possibile, ma questo non significa automaticamente che quest'anno tutto migliorerà. Parliamo della situazione delle famiglie. Strette fra rischi di disoccupazione e aumento delle tasse, continuano a tagliare la spesa: l'indicatore dei consumi Confcommercio registra in novembre una diminuzione del 2% rispetto a un anno prima, ed i segnali di possibile miglioramento nel 2014 sono «molto deboli e insufficienti a produrre effetti positivi sull'occupazione e sul reddito». Nei primi 9 mesi del 2013, il potere d'acquisto delle famiglie, ci informa l'Istat, è diminuito dell'1,5% rispetto allo stesso periodo del 2012.
Mercoledì, l'istituto di statistica, ha confermato che il tasso di disoccupazione continua ad aumentare: in novembre ha toccato il 12,7%, mentre la disoccupazione giovanile ha toccato la cifra più alta dal 1977, il 41,6%. Cifre che dovrebbero spingere il governo all'azione, mentre il ministro del Lavoro Enrico Giovannini si limita a polemizzare con Matteo Renzi sul Job act (ma non è più semplice parlare di legge sul lavoro?) che il segretario Pd ha in mente di presentare al più presto. Un aumento del Pil dello 0,7% nel 2014, questa la previsione della Confindustria, non basta a creare posti di lavoro. Forse non basta ad arrestarne la caduta.
C'è poi un indicatore, tanto trascurato quanto importante, a segnalare il perdurare della recessione: i consumi di elettricità, che nel 2013 sono crollati del 3,4%. Una discesa a velocità doppia rispetto al 2012. In pratica, lo scorso anno siamo tornati ai consumi del 2003, dieci anni fa. Ed è assai preoccupante che nel Nord Ovest il calo sia stato addirittura del 7,8%.
Né le cose vanno meglio sul fronte del fisco e dei conti pubblici. La pressione fiscale resta elevatissima, al netto di qualche variazione episodica, come quella legata all'abolizione dell'Imu 2013. Le entrate totali della Pubblica amministrazione sono giunte al 45,2% del Pil. Enrico Letta si è spinto a dire che «le tasse continueranno a scendere nel 2014», ma il governo ha autorizzato i Comuni ad aumentare l'aliquota massima della Tasi, la nuova imposta sulla casa. Il taglio del cuneo fiscale deciso con la legge di Stabilità è risibile. Palazzo Chigi si attende miracoli dalla spending review, ma la spesa corrente continua ad aumentare: le uscite totali, senza considerare gli interessi sul debito, hanno raggiunto il 48,9% del Pil. Sempre nei primi nove mesi dello scorso anno, il rapporto deficit-Pil ha toccato il 3,7%, ben oltre i limiti europei.
Questo il quadro che i numeri tracciano. Forse ha ragione Mario Draghi, che ieri ha commentato: «La ripresa è debole. Sarei molto cauto nel dire che la crisi è sconfitta».

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