Mose, la pista rossa e i silenzi del "compagno M"

La Procura scava nell'intreccio coop-Pd. Voci di indagini sul deputato Zoggia

Mose, la pista rossa e i silenzi del "compagno M"

Doppio ruolo del Pd nell'inchiesta sul Mose. Tra qualche giorno il partito di Renzi sarà giudice sull'arresto di Galan alla Camera. Ma nello stesso tempo a Venezia proprio il Partito democratico è sotto la lente dei pm per il giro di soldi tra Mose, coop rosse e partito (finanziamento di campagne elettorali), intreccio che è costato la poltrona di sindaco a Giorgio Orsoni, sponsorizzato nel 2010 appunto dal Pd. Non prima di aver scaricato sul partito le responsabilità per la raccolta di denaro: «Io non ho preso soldi - ha detto Orsoni - li ha presi il partito, era il partito a gestire i finanziamenti, io non so nulla sulla genesi di quei contributi». Si calcola che il Pd abbia preso un milione di euro attraverso finanziamenti illeciti dal Consorzio Venezia Nuova. Oltre all'ex sindaco, a mettere nei guai il Pd sono state le rivelazioni di responsabili di coop vicine al partito come Pio Savioli, poi di Lino Brentan (ex ad dell'Autostrada Venezia-Padova) e quindi dell'ex vicepresidente del Consiglio regionale Giampietro Marchese, un pezzo grosso del Pd in Veneto, ora ai domiciliari dopo dieci giorni di carcere a Piacenza.

Tutti chiamano in causa il deputato Davide Zoggia, già responsabile Enti locali del Pd sotto Bersani, il raccoglitore di finanziamenti per il partito, secondo quanto emerge dalla accuse. Un eccezionale collettore di finanziamenti privati, tanto da guadagnarsi il soprannome di «idrovora». Perciò a Venezia si parla di imminenti avvisi di garanzia per le persone chiamate direttamente in causa dagli interrogati, come Zoggia appunto. Non solo. Ci sarebbe un verbale secretato con nuovi elementi. Il nome dell'indagato «autore» del verbale non è noto, ma c'è addirittura un rumor che ricondurrebbe a Orsoni, rimasto per ore con i pm...

Al centro c'è il sistema di tangenti che ruotava attorno alle coop del Consorzio Veneto Cooperativo, colosso da 106 imprese associate e lavori per mezzo miliardo di euro guidato (fino all'arresto e scioglimento del Cda) da Franco Morbiolo, ex vicesindaco del Pd. E poi fino al partito, alle prese con le campagne elettorali da finanziare. Al Tribunale del riesame di Venezia in questi giorni sfilano indagati e legali, mentre resta ai domiciliari «il compagno M», Giampietro Marchese. Forse quello che più di tutti, per il suo ruolo centrale dentro il Pd veneto (è tuttora consigliere della fondazione Rinascita, che gestisce il patrimonio immobiliare degli ex Ds-Pd veneziani), può sapere dei meccanismi di finanziamento del partito.

Brentan, in un interrogatorio, racconta di una cena e di una busta consegnata «alla persona incaricata di seguire la campagna elettorale di Zoggia, Marchese». Ma mentre le gole profonde inguaiano Galan, Matteoli e altri big del centrodestra, dai compagni niente accuse clamorose. Silenzio. Una vecchia tradizione di partito.

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