Undici anni fa Elisabetta Alberti Casellati sedeva come membro laico nel Consiglio Superiore della Magistratura. Casellati, destinata a diventare la prima presidente donna del Senato e oggi ministro per le Riforme e la Semplificazione, anticipò un tema destinato a tornare ciclicamente nel dibattito sulla giustizia: la necessità di rivedere i meccanismi di selezione dei componenti togati del Csm per arginare il peso delle correnti, uno dei punti fondamentali della riforma della giustizia.
Il primo affondo arrivò nel marzo 2015, durante il congresso di Magistratura Democratica a Reggio Calabria. In quell’occasione, Casellati mise a fuoco una distinzione che ancora oggi rivendica: le correnti possono essere “luoghi di confronto, dialogo e crescita”, ma il problema nasce quando degenerano in “correntismo” o “correntocrazia”, incidendo su carriere e incarichi più del merito.
L’anno successivo, nel luglio 2016, il tema venne affrontato nel dibattito del plenum del Csm. Fu lì che Casellati avanzò una proposta destinata a far discutere: introdurre il sorteggio come fase preliminare per la selezione dei candidati togati, per “allentare il vincolo tra eletti e correnti” e ridurre il peso delle appartenenze organizzate.
A darle visibilità fu proprio Il Fatto Quotidiano, oggi in prima linea per il no. L’allora consigliera spiegava in questo modo la ratio della proposta: la degenerazione delle correnti era diventata “capace di determinare carriere, ruoli e più in generale definire la vita professionale dei magistrati in base a logiche di appartenenza che sviliscono il criterio meritocratico”. Da qui l’idea di “prevedere un meccanismo nuovo che metta al riparo il Csm da logiche parapolitiche”.
Il sorteggio, nelle sue intenzioni, non avrebbe eliminato del tutto le influenze associative, ma avrebbe potuto ridurne l’incidenza, garantendo “una maggiore imparzialità della composizione”. Casellati respingeva anche le critiche di incostituzionalità, sostenendo che una quota casuale non avrebbe compresso il diritto di elettorato passivo, ma assicurato “una reale uguaglianza sostanziale tra i concorrenti”.
Non mancarono obiezioni, soprattutto sul rischio di minare la rappresentatività della magistratura. Ma anche su questo punto la posizione era netta: sostenere che il sorteggio la indebolisse significava “accreditare l’idea che esista più di una magistratura”.
Quei tentativi, tra il 2015 e il 2016, non ebbero seguito concreto.
La risoluzione discussa al Csm finì per escludere l’ipotesi del sorteggio. Tuttavia, già allora emergeva un dato: tra i magistrati cresceva l’insofferenza verso il peso delle correnti e la consapevolezza della necessità di arginare l’influenza dei gruppi associativi.