QUESTIONE DI NUMERI

Crudezza. Forse nessun altro sostantivo dice così bene il tono della Relazione del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Ieri a Palazzo Koch il governatore, nella sua lunga Relazione, non ha concesso nulla al di fuori dei numeri a parte alcune battute finali.
L’economia non va bene: l’apporto alla crescita del 2005 sarà praticamente nullo. Stante questa bassa crescita il rapporto deficit-Pil potrebbe arrivare al 4 per cento. La produzione industriale, come del resto ci aveva già detto l’Istat, ha registrato una importante battuta d’arresto. Il governatore non ha detto solo cosa sta succedendo. Ha detto anche il perché e in esso ha incluso diversi soggetti. La crisi viene da lontano, almeno dalla metà degli anni Novanta. Dunque, secondo Fazio, questa crisi non ha un carattere solo congiunturale ma ben più importante, strutturale. Molta della crisi si annida all’interno del sistema produttivo. La produzione italiana all’estero ha uno «scarso Pil». C’è poi un’altra questione, quella che Fazio ha chiamato «nanismo dimensionale». Il 99 per cento delle imprese italiane ha un numero di dipendenti al di sotto dei cinquanta.
Scarsi sono gli investimenti in sviluppo e ricerca. E qui Fazio non ha citato - come al solito fanno tutti - solo i dati che riguardano l’investimento pubblico in sviluppo e ricerca, ma ha citato anche i dati dell’investimento privato. In Italia le imprese investono lo 0,5 per cento in sviluppo e ricerca, in Germania l’1,7 per cento, in Francia l’1,4. Se si sommano investimenti pubblici e privati si arriva in Italia all’1,1 per cento, in Francia al 2,2 per cento, in Germania al 2,5 per cento, negli Stati Uniti al 2,7 per cento e in Giappone al 3,15 per cento. Sono dati che parlano da soli e che rivelano, con molta chiarezza, la mancanza di innovazione all’interno delle imprese stesse, del sistema imprenditoriale stesso.
C’è chi ha letto maliziosamente questa parte dell’intervento di Fazio, sostenendo che così come Montezemolo aveva parlato male delle banche, così Fazio ha parlato male delle imprese. Peccato per questi maliziosetti, il non tenere in conto che Fazio ha fatto queste affermazioni numeri alla mano. Dati incontestabili.
Dopo questo, Fazio è passato a considerare i legami tra i diversi fattori della crisi. La crescita bassa influenza negativamente la finanza pubblica. Da tempo questo è il leitmotiv del ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco. Il cattivo andamento dell’economia e della finanza pubblica incide su quella che potremmo definire propensione al consumo dei cittadini e al rischio degli imprenditori. Un circolo vizioso. Un’analisi semplice che ha permesso a Fazio di indicare la necessità che la scossa, della quale si parla da tempo, avvenga anche per autonoma scelta all’interno del sistema delle imprese. Da questo punto di vista le considerazioni del governatore hanno offerto al dibattito attuale un punto di vista non abituale.
Nella parte finale del suo intervento, Fazio ha ricordato la necessità di obiettivi realistici. Anche questo potrebbe apparire banale, scontato, addirittura irrilevante. Non è così, perché nel dibattito degli ultimi tempi in Italia in pochi hanno avuto il coraggio di definire obiettivi realistici. Alcuni di obiettivi non ne hanno parlato, altri ne hanno parlato senza indicare il cammino che dovrebbe portare a tali obiettivi. Oggi, in Italia, «obiettivi realistici» significa: cose utili alla ripresa, cose compatibili finanziariamente, cose accettabili dalla legislazione europea. Fazio ha anche sostenuto la necessità di far tutto questo nella concordia sociale. A noi andrebbe bene anche se questi obiettivi realistici si raggiungessero anche attraverso una vigorosa dialettica sociale.