Re Giorgio con il blitz a sorpresa commissaria Camere e governo

Il Colle convoca i ministri e i capigruppo di maggioranza per accelerare sulle riforme. Insorge l'opposizione, scettici renziani e falchi Pdl. Grillo: "Chiediamo l'impeachment"

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Roma - Una circostanza inusuale, «inaudita», attaccano le opposizioni ma anche qualcuno nel Pdl, e, segretamente, i renziani. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha convocato ieri al Colle i ministri competenti per le riforme, Quagliariello e Franceschini, e tutti i capigruppo di Camera e Senato, ma dei partiti di sola maggioranza, per imprimere un'accelerazione alla riforma della legge elettorale. Lo spauracchio indicato dal Colle è il 3 dicembre prossimo, quando la Corte costituzionale interverrà sulla legittimità dell'attuale legge in vigore, il Porcellum. È, oltre che inaudito, «inaccettabile e non previsto dalla Costituzione», avverte per la Lega Roberto Calderoli, che il capo dello Stato chiami a rapporto i partiti di maggioranza su una materia così delicata. «Napolitano - attacca l'ex ministro - deve essere presidente di tutti e non di maggioranza». Insorge anche il leader del M5S Beppe Grillo che torna a chiedere «l'impeachment per Napolitano». Ma anche qualche falco del Pdl protesta, come Maurizio Bianconi: «Diciamo che si è ricostruita la monarchia, non costituzionale ma assoluta». Polemiche si levano anche dal movimento Fratelli d'Italia: «Non conoscevo precedenti», ironizza Guido Crosetto. Un'insurrezione che porta al dietrofront del Colle che, in tarda serata, si dice pronto a incontrare anche le forze di opposizione.

Il tutto il giorno dopo l'incontro a Firenze di Napolitano con il sindaco Matteo Renzi. Incontro evidentemente non proprio empatico. Il vertice del Colle, e la bozza elettorale di lavoro al Senato di cui sono stati svelati i primi contenuti, sono confezionate, sottolineano i fedelissimi del sindaco, non certo per favorire il probabile candidato del Pd («un pillolarium» la chiama Roberto Giachetti). Si vada verso il sistema maggioritario per la stabilità, niente larghe intese, aveva ripetuto Renzi negli ultimi giorni. Il testo in discussione in Senato è decisamente su base proporzionale. È però anche vero che il Pd difende il doppio turno, sul modello delle elezioni amministrative, per rendere stabile il sistema. Nella bozza di lavoro al Senato il premio di maggioranza è fissato al 40% delle preferenze per la coalizione vincitrice. Se non si raggiunge, il Pd chiede un secondo turno tra le due liste o coalizioni che hanno ottenuto più voti. Su questo punto ancora non c'è accordo, come sulla «scelta degli eletti nei collegi plurinominali». Il Pd propone le preferenze, il Pdl chiede che siano scelti in base all'ordine della lista. Lo schema di lavoro presentato in commissione affari costituzionali dai relatori Renato Bruno (Pdl) e Doris Lo Moro (Pd) prevede per la Camera l'assegnazione del «20% dei seggi con metodo proporzionale, senza voto di preferenza, su liste circoscrizionali di candidati, con alternanza di genere, nelle 26 circoscrizioni attuali» e dell' «80% dei seggi con metodo proporzionale, su base circoscrizionale, su liste di candidati in collegi plurinominali collegate reciprocamente con liste circoscrizionali», con quota di genere del 65% o di due terzi. C'è accordo sul rispetto dell'alternanza uomo-donna e sullo schema di massima. Rimangono soglie di sbarramento per evitare l'eccessiva frammentazione dei partiti: il 4 o il 5%, il 2 o 3% per quelle coalizzate.

Al Senato il premio di maggioranza viene attribuito non più su base regionale, ma nazionale: alle liste o coalizioni che raggiungono il 40%, vanno 170 seggi. Massimo D'Alema sferza Renzi: «Noi abbiamo una proposta condivisa da tutti che è il doppio turno. L'abbiamo presentata quando Renzi era fanciullo».

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