Legge elettorale, Renzi: "Nessun diktat da nessuno sulla legge elettorale"

Il segretario sul Job act: "Regole contro la burocrazia e a sostegno del made in Italy". Ma già scompare il dibattito sull'articolo 18

Il segretario del Pd Matteo Renzi all inaugurazione di Pitti Uomo
Il segretario del Pd Matteo Renzi all inaugurazione di Pitti Uomo

"Il Pd non impone la sua legge elettorale: non avrebbe i numeri e non sarebbe giusto, troviamo una soluzione tutti insieme. Confrontiamoci velocemente ma senza diktat, non li fa il Pd non li faccia nessun altro" è questo il messaggio che Matteo Renzi, ospite a Otto e mezzo, lancia al centrodestra ma anche a tutte le altre forze in Parlamento.

Il Job act sarà presentato fra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima. Durante l’inaugurazione di Pitti Immagine Uomo, il neo segretario del Pd Matteo Renzi ha anticipato che il piano per riformare il mercato del lavoro si baserà "su tre punti di riferimento" all'interno dei quali, molto probabilmente, non rientrerà la revisione dell'articolo 18. "Soltanto alla fine arriva la discussione sulle regole contrattuali, che non deve essere ideologica ma deve dare garanzie a chi non ne ha", ha puntualizzato il sindaco di Firenze spiegando che il Job act contrasterà "il costo della burocrazia" e punterà a "creare posti di lavoro in sei settori", il made in Italy sarà il primo.

"Dobbiamo rompere l’incantesimo della crisi e possiamo farcela se smettiamo di vivere continuamente nella cultura del piagnisteo, se chi ha responsabilità politiche toglie, facendo le cose concrete, gli alibi a chi si lamenta sempre di tutto". Secondo il segretario democrat, l'Italia ha "sprecato" la crisi economica per riuscire a imporre le grandi riforme di cui il Paese ha bisogno per sostenere la crescita. "Ora non dobbiamo sprecare la ripresa", ha detto Renzi durante la conferenza stampa di apertura di Pitti Uomo. "Se si parte dal gestire bene il bene pubblico, le cose si possono fare, non c’è la maledizione della 'Bella addormentata nel bosco', dobbiamo smettere di cullarci nella lamentazione - ha continuato - il mondo fuori corre anche le economie tradizionali tornano a crescere". Per Renzi il punto di partenza deve essere il Job act che, però, non deve essere limitato alla discussione sull’articolo 18 su cui "ciascuno ha le proprie idee ma che rappresenta la dimostrazione plastica di guardare il dito mentre il mondo chiede di guardare la luna". "Il problema del creare lavoro - ha continuato - non è semplicemente ridurre la discussione politica ad un problema su una normativa contrattuale, ma provare ad allargare il ragionamento". Proprio per questo, nelle prossime ore, il Partito democratico presenterà un documento che abbia tre punti di riferimento. "Non puoi parlare di creare lavoro se, nel settore manifatturiero, hai un costo dell’energia maggiore del 30% rispetto ai paesi concorrenti - ha spiegato - oggi si delocalizza in Austria, dove il costo della burocrazia è inferiore rispetto a noi". Per il sindaco di Firenze è un paradosso: "Una cosa è delocalizzare per il costo del lavoro, un’altra è perché il sistema Paese non ti aiuta".

Renzi è tornato a parlare anche di Europa ricordando che le regole imposte da Bruxelles risalgono a venti anni fa, E, proprio per questo, "possono essere rimesse in discussione". "Soltanto se il Paese - ha aggiunto il sindaco di Firenze - è forte ed è capace di dare la dimostrazione che prima cambia lui, allora è in grado di chiedere all’Europa di fare i cambiamenti necessari". Il neo segretario del Pd ha, quindi, ricordato che la regola del 3% risale a 22 anni fa: "Può essere tranquillamente rimessa in discussione, ma soltanto se prima dimostri che vuoi fare le cose sul serio". Per Renzi è necessario partire "dal dare il buon esempio da parte dei politici, riducendo il peso della politica".

Si deve poi dimostrare che "il fisco si può alleggerire, che il lavoro si può cambiare e la burocrazia si può semplificare. E a quel punto si potrà dire: signori, noi a casa nostra siamo in grado di fare i compiti da soli. O l’Europa ha bisogno dell’Italia, oppure - ha concluso - perde la sfida della contemporaneità".

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