Il premier fantasma che pensa ai musei islamici

Il Paese affonda ma Letta preferisce occuparsi della Boldrini e della Bignardi

Il premier fantasma che pensa ai musei islamici

Dai lidi tropicali di Doha, nel Qatar, il premier Enrico Letta solidarizza doverosamente con Laura Boldrini. Si scandalizza opportunamente contro il vergognoso trattamento grillino a Daria Bignardi. Conferma diplomaticamente che sarà a Sochi, nella Russia dello zar Putin, all'inaugurazione dei Giochi olimpici invernali. Annuncia sorprendentemente che valuterà l'apertura di un museo islamico sul Canal Grande a Venezia. Ma quanto viaggia, quanto lavora, di quante cose si occupa.

C'è anche qualche dimenticanza, in realtà, e riguarda la vita reale del Paese. Quella è nelle ultime pagine dell'agenda di Letta. Forse egli la considera una quisquilia. Per lui l'importante sono le trasvolate, gli annunci, le parole di solidarietà che non devono mancare. E però non devono togliere spazio a tutto il resto. Negli ultimi mesi l'azione del governo è inesistente. Una paralisi. Dicembre è stato assorbito dalla maratona per approvare la legge di stabilità. Gennaio se n'è andato nell'estenuante braccio di ferro con Matteo Renzi. Si aspettava il nuovo Patto di coalizione, pomposamente denominato Impegno 2014, che però non ha visto la luce: doveva essere presentato entro fine gennaio ed è stato rinviato. L'esecutivo si trascina in mediazioni, incontri, riflessioni, sfide verbali, gaffe come quella sugli stipendi degli insegnanti, scontri interni, addirittura dimissioni (il viceministro Fassina, il ministro De Girolamo).

La sostanza però non cambia: nulla di nuovo, nulla si muove, tutto è ristagno, palude, inerzia. Dopo la cacciata dal Senato di Silvio Berlusconi, Enrico Letta aveva garantito che il governo era più coeso e avrebbe marciato più spedito. L'11 dicembre l'esecutivo delle «piccole intese» senza Forza Italia aveva ricevuto la fiducia. Ma da allora non ne ha più azzeccata una, dal pasticcio sul decreto «salva Roma» alla confusione su mini Imu, detrazioni, riforma di Bankitalia, eccetera.

Perfino il capo dello Stato, nume tutelare dell'esecutivo, ha dovuto tirare le orecchie a Letta per l'uso troppo disinvolto dei decreti legge. Pochi giorni fa il consiglio dei ministri ha varato disegni di legge su incompatibilità e made in Italy, semplificazioni e competitività; ha ratificato alcuni trattati internazionali e riorganizzato la contabilità delle regioni. Provvedimenti che dovranno attendere mesi, nel ping pong tra Montecitorio e Palazzo Madama, prima di diventare operativi. Per settimane il sismografo di Palazzo Chigi non aveva registrato alcuna attività. Il premier è volato nei Paesi arabi, a Bruxelles, in Messico, in Libano, in Sudafrica per i funerali di Nelson Mandela. Ha partecipato a vertici intergovernativi e incontrato delegazioni ufficiali in visita a Roma. Ha presentato il rapporto sulle politiche antimafia e valutato la situazione di Gioia Tauro dove transiteranno le scorie chimiche della Siria. Impegni doverosi. Intanto il Paese affonda. Ieri l'Unione europea ha avviato una procedura d'infrazione per i ritardi della Pubblica amministrazione nei pagamenti alle imprese: siamo i peggiori d'Europa. Il presidente di Confindustria non sa più come chiedere «un cambio di passo» per evitare il deserto industriale. Le privatizzazioni sono un pio desiderio, la «spending review» una bella addormentata. In compenso «abbiamo preso l'impegno di esplorare l'opportunità di costruire un museo islamico a Venezia». È proprio la svolta che il Paese attendeva.

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