La sorella manesca inguaia la Kyenge

Kapya alla sbarra per botte e minacce alla vicina albanese: una figuraccia per il ministro che twitta contro la violenza

La sorella manesca inguaia la Kyenge

Il ministro Kyenge dichiara guerra ad insulti e minacce, la sorella finisce a processo. Per insulti e minacce. E botte.

La Procura di Pesaro ha citato in giudizio Kapya Kienge, 46 anni, sorella della più famosa (e di tre anni più anziana) Cècile. La notizia, anticipata dal Resto del Carlino, è finita in cronaca proprio nel giorno in cui la titolare del dicastero dell'Integrazione ha preso posizione con un tweet sul fenomeno delle contumelie, cinguettando chiaro: «Insulti, provocazioni e minacce sono una triste routine non degna della nostra Italia!».

Il ministro la smentita l'ha avuta in casa. Nelle prossime settimane, infatti, la Kapya dovrà comparire davanti al giudice di pace per rispondere di ingiurie, minacce e lesioni in relazione ad un episodio che si sarebbe consumato sul pianerottolo di casa, quella stessa per la quale la donna, nel 2008, s'era rivolta alla Lega Nord per ottenere aiuto: era occupata abusivamente da una famiglia marocchina. «Chiedere il rispetto delle regole», si giustificò quando la faccenda venne a galla, «non è razzismo: ci sono immigrati come me che hanno sempre fatto il massimo per integrarsi seguendo sempre la legge».

Stavolta, però, almeno stando al racconto della querelante, Aferdita Bquiri, cittadina albanese da tempo residente in Italia, Kyenge jr. non ha avuto bisogno dell'aiuto altrui: ha fatto da sé. Probabilmente per banali dissidi di convivenza condominiale (pare una bici fuori posto), avrebbe aggredito la vicina, accusandola - si apprende dalla querela depositata a maggio - di essere una profonda conoscitrice e dotta praticante della professione più antica del mondo. Non paga, come attesta il referto medico di parte, le avrebbe sferrato un pugno, colpendola al collo e cagionandole un trauma poi giudicato guaribile in cinque giorni dai medici del pronto soccorso. Infine, avrebbe calato il jolly. Profferendo minacce di morte, seminando dubbi sull'onorabilità dell'intera stirpe albanese e, soprattutto, sostiene ferma la Bquiri, ostentando la propria (presunta) immunità: «Ho le spalle coperte: mia sorella è in Parlamento». Un «lei non sa chi sono io» in chiave moderna pronunciato, stando alle date certificate dalla Procura, il 18 aprile scorso. Una decina di giorni prima del giuramento dei ministri del governo Letta ed in concomitanza con la visita privata alla famiglia dell'allora futuro ministro, all'epoca ancora semplice deputato.

Scoppiato il caso, Kapya Kyenge tace. I suoi legali negano che le cose siano andate come da querela e si dicono pronti alla difesa e forse pure a controquerele. Ma Aferdita Bquiri insiste. E annuncia di voler costituirsi parte civile per sollecitare la condanna dell'imputata eccellente e vedersi riconosciuto il risarcimento dei danni. D'altra parte, lei che per di più è anche straniera, avrà di certo dalla sua pure la Kyenge ministro dell'integrazione. Quella che non ha dubbi: «Insulti, provocazioni e minacce sono una triste routine non degna della nostra Italia!».

Intanto a sinistra aumentano le fila degli esponenti democrat che stanno cercando di prendere le distanze dal ministro dell'Integrazione: «Francamente non mi pare proprio all'altezza di fare il ministro», ha scritto sulla propria bacheca Facebook la senatrice toscana del Partito democratico, Laura Cantini. Frase che non è sfuggita a due esponenti Pdl toscani, Alessandro Borgherini e Niccolò Macallè: «La senatrice, se crede, presenti una mozione di sfiducia...»