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Lo Stato di diritto nasce per strada

Se quella divisa diventa un bersaglio legittimo, se può essere presa a martellate senza conseguenze esemplari, allora lo Stato arretra

Lo Stato di diritto nasce per strada

Gentile Direttore Feltri,
Giorgia Meloni ha dichiarato, a proposito dell'aggressione ad agenti di polizia a Torino, che «se i poliziotti avessero reagito agli aggressori, sarebbero già iscritti nel registro degli indagati, e probabilmente ci sarebbe qualche misura cautelare a loro carico». Ha poi aggiunto che, «se non riusciamo a difendere chi ci difende, non esiste lo Stato di diritto». Mi pare che non abbia torto e che chiunque possa essere d'accordo con lei. Allora perché, se un poliziotto uccide durante un'operazione di polizia un criminale che gli punta un'arma, l'agente viene indagato per omicidio volontario, mentre se viene pestato dai manifestanti e preso a martellate, non si apre il fascicolo per tentato omicidio, peraltro aggravato?

Alberto Ricci

Caro Alberto,
la contraddizione che tu segnali non è solo evidente, direi che è addirittura oscena. Si tratta di una di quelle storture del nostro sistema che ormai non fanno più nemmeno scandalo, tanto ci siamo abituati all'assurdo. Ma proprio perché ci siamo assuefatti, vale la pena rimetterla sotto una luce cruda. Quando un poliziotto, durante un'operazione di servizio, spara a un criminale che gli punta contro un'arma, scatta automaticamente l'iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario. Volontario. Come se quell'agente fosse uscito di casa con l'intenzione di ammazzare qualcuno. Per sport. Per piacere. Per diletto. Un po' come andare alla caccia del cinghiale. Come se non stesse lavorando. Come se non stesse scegliendo tra due alternative molto semplici: vivere o morire. La domanda è banale, ma evidentemente va ripetuta: che cosa avrebbe dovuto fare quel poliziotto?

Farsi sparare? Farsi ammazzare? Mettere a rischio la vita dei colleghi, la propria, che non vale meno di quella degli altri, e dei cittadini per non correre il pericolo di un avviso di garanzia? Qui il messaggio che passa è devastante: se ti difendi, sei colpevole. Se invece ti fai ammazzare, sei un eroe. Postumo. Poi accade a Torino. Un agente isolato, circondato, pestato in gruppo, colpito con spranghe, bastoni, martelli e perfino un'ascia. Non pugni. Non spintoni. Armi. Armi improprie utilizzate con una violenza che, se non è tentato omicidio, allora dobbiamo riscrivere il codice penale da capo. Eppure, qui la prudenza giudiziaria diventa improvvisamente estrema. Qui le parole si fanno morbide. Qui si parla di scontri, di tensione, di contesto. Qui il fascicolo per tentato omicidio aggravato non sembra così automatico come lo è quando a premere il grilletto è una divisa. Questa non è giustizia. È il suo opposto. È il riflesso di un Paese in cui l'autorità viene guardata con sospetto a prescindere, mentre la violenza politicamente orientata trova sempre una scusa, un'attenuante, una narrazione comprensiva. Giorgia Meloni ha detto una cosa di un'evidenza quasi imbarazzante: se non difendiamo chi ci difende, non esiste lo Stato di diritto. Non è uno slogan. È un dato di realtà. Lo Stato di diritto non nasce nei palazzi, nasce per strada. Nasce nel momento in cui un cittadino vede una divisa e capisce che quella divisa rappresenta la legge.

Se quella divisa diventa un bersaglio legittimo, se può essere presa a martellate senza conseguenze esemplari, allora lo Stato arretra. E quando lo Stato arretra, avanza il branco. Qui non è in gioco la libertà di manifestare.

È in gioco il principio elementare per cui chi adopera la violenza contro lo Stato deve sapere che lo Stato reagisce, e reagisce senza complessi.

Altrimenti continueremo a mandare i poliziotti in strada con un messaggio implicito e infame: se ti difendi, finirai sotto processo. Se ti fai massacrare, forse ti dedicheremo un comunicato. E questo, perdonami la franchezza, non è civiltà. È resa. Totale.

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