Di fronte al dramma di Niscemi, simbolo della fragilità dell'uomo più che del terreno dove costruisce fuori dalle regole da sempre, tutto si poteva sentire tranne la parola Ponte. Quella che Elly Schlein ha invece pronunciato subito, trasformando la sua discesa fra i disperati in una disperata discesa contro la solita ossessione Giorgia Meloni. Spieghino alla leader del Pd che di Niscemi in Italia ce ne sono centinaia, come racconta la nostra inchiesta. Mentre di opere pubbliche (che se hanno un problema è il ritardo di decenni con cui arrivano, come il Ponte sullo Stretto) ce ne sono troppo poche. E dovrebbe saperlo Elly, che di mestiere faceva l'assessore all'Ambiente in una delle legislature più fallimentari dell'Emilia Romagna, con fondi mai spesi e lavori rinviati per anni. In un fortino rosso che, ogni giorno, finisce sott'acqua e che di certo non può dare lezioni a nessuno. Ma il Pd non guarda mai in casa propria. Perché ormai sfoglia il prontuario della nuova sinistra, scritto a rovescio come la lingua araba che tanto celebra nelle sue piazze. Epitaffi che ribaltano tutto ciò che la sinistra sosteneva da forza di governo. La parola Ponte sta subito prima di pro Pal, l'ultimo mantra islamista che sta spaccando in due il partito.
E sta prima della parola Alta Velocità, per anni progettata e celebrata, salvo finire a rinfoltire le file dei No Tav per ammiccare ai nuovi militanti di Askatasuna. Così la giustizia, dove le capriole dalla separazione delle carriere al «No» al referendum sono state espresse come un epitaffio da Nichi Vendola («Voterei Sì, ma voto No»). Ma anche stavolta sarà colpa di Trump.