Io, scrittore, per un giorno libraio

Un giorno da libraio. Un sabato dall’altra parte del bancone, a inventarsi qualcosa da dire quando un cliente fa tintinnare la porta d’ingresso e mette piede in negozio. Il lavoro di vendere libri è difficile a dirsi, per chi non l’abbia mai provato, ancora di più per chi i libri li scrive, ed è afflitto dall’incubo di un appuntamento senza lettori. Parafrasando Massimo Troisi, noi siamo in milioni a scrivere, loro sono in quattro gatti a leggere.
Comunque, via con l’esperimento. Il primo sabato di giugno, alla libreria Fahrenheit 451 di Piacenza, mi sono travestito da librario per l’iniziativa «Scrittori socialmente utili», un ciclo che si è aperto il 23 maggio, durerà per tutto giugno e riprenderà il 5 settembre, dopo la pausa estiva. A Cagliari la libreria Piazza Repubblica Libri ha già rotto il ghiaccio da un anno e mezzo: «Facciamo scontare agli scrittori le loro colpe. Quale idea migliore per dimostrar loro quanto sia duro il lavoro di libraio quando si è investiti da decine di nuovi titoli e di nuovi autori al giorno? È così molti scrittori l’hanno presa come una missione. Per qualche ora si sono inventati commessi librai, però con il tassativo divieto di parlare di sé e delle proprie creature». Questa è la condizione che pesa di più. Non poter neanche menzionare una propria opera. Rendersi invisibili, noi che siamo quasi tutti malati di egocentrismo. Annaspare nelle proposte altrui.
A Cagliari hanno partecipato, fra gli altri, Massimo Carlotto, Michela Murgia e Flavio Soriga, su iniziativa di Patrizio Zurru. Ora a Piacenza il testimone è passato nelle mani entusiaste di Sonia Galli, titolare di questa piccola ma storica libreria della provincia emiliana, da poco trasferitasi di pochi metri, da piazza Duomo in via Legnano. «Per questione di costi», spiega. «L’affitto era diventato troppo alto». Le pizzerie al trancio o le botteghe di carabattole hanno giri d’affari sideralmente superiori.
Gli «Scrittori socialmente utili» (Quale sarà l’acronimo? Scrisu?) hanno senso in posti così, negozi indipendenti e con una clientela affezionata, laddove il centro di quasi ogni città italiana è presidiato dalle ampie ma spesso più anonime librerie «di catena».
Lo Scrisu dunque si presenta, alle dieci di mattina. Si attacca un cartellino al petto. Prende servizio. Sorride. Entrano i primi clienti.
Ecco una signora non giovanissima, affiancata da un quadrupede di piccola taglia. «Desidera?» esordisco incerto. «Desidero cambiare un libro che ho comprato ieri. Questo libro “su” Gianfranco Funari, con il libro “di” Gianfranco Funari». Rapida consultazione del computer. I librai senza computer, o quelli che riescono a non farne uso, devono essere estinti. A meno che non si chiamino Pico della Mirandola. Da qualche parte salta fuori Il potere in mutande (Rizzoli) opera autobiografica del disinibito conduttore, recentemente scomparso.
Se lo Scrisu ha qualche velleità intellettualistica, è meglio che se ne spogli al più presto. Avevano ragione i vecchi fondatori degli imperi commerciali Hilton o Woolworth: il cliente ha sempre ragione.
Da un campione di informazioni che ho raccolto nei giorni precedenti, la domanda che i librai (non esclusa Sonia) si sentono rivolgere sempre più spesso è: «Mi dia quel libro che hanno fatto vedere ieri sera in televisione da Fazio».
Succede anche oggi. Ma anche la tv del pomeriggio ha la sua efficacia. «Mi dia il romanzo della Giacobini», mi si rivolge sbrigativa un’altra signora un po’ avanti con gli anni, ma senza cane. Lo cerco, lo cerchiamo, non è in vetrina, non è sui banchi novità, non è neanche a scaffale. Insomma, non si trova. La signora si spazientisce e se ne va. Cerco, ingenuo, di richiamare la sua attenzione su un’alternativa credibile. Provo con Stefania Bertola, scrittrice d’evasione intelligente, poco televisiva e dunque sottovalutata. Non ce la faccio. Urge più grinta. E allora, mentre si accende un dibattito fra avventori di opposte fazioni politiche, propongo a un ferroviere in pensione, di sinistra, un’occhiata a Romain Gary, scrittore francese di origine lituana, morto suicida nel 1980, di recente ristampato in Italia da Neri Pozza, per anni sepolto nell’oblio, etichettato come «dandy» e dunque «di destra», cioè fuori moda.
L’ex ferroviere declina, ma il suo interlocutore accetta il consiglio e se ne va con La promessa dell’alba. Ho segnato un punto. E da lì in poi entra una rapida sequenza di persone affabili. Quasi tutte donne. Un’insegnante di filosofia con cui discuto di Raymond Carver e del suo Principianti (Einaudi), un libro che restituisce all’autore americano la paternità di uno stile che per il resto fu fortemente influenzato (ma non sempre a torto) dal suo editor e amico Gordon Lish, «lo sfoltitore». E poi, tra un via vai di giovani madri alla ricerca di stimoli per i bambini sotto i dieci anni (i libri, ma ancor più i gadget per i giovanissimi sono oggi un bel trancio di fatturato per ogni libreria del Paese), mi accorgo di una signora dall’aspetto stravagante, come una veterana di qualche campus universitario tipo Berkeley.
Appoggia sul banco l’edizione di William Butler Yeats nei «Meridiani» Mondadori, e poi testi di letteratura ebraica, romanzi, saggi.
Parliamo. È stata docente di Paleografia e Storia medievale all’Università di Bologna. Poi ha mollato tutto per problemi suoi. Sembra conoscere e riconoscere i libri al tatto, comprese le novità, come per una sensibilità particolare. Lei e molte altre persone con una viva curiosità intellettuale hanno reso speciale questa mia giornata. Ho riprovato l’appagamento strenuo di sentirmi parte del mondo dei libri.
Alla fine ho pensato: ci sono autori che non hanno bisogno di commessi, ma solo di cassieri. E non vorrei mai essere tra loro.
www.pbianchi.it
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