
"Una metallara prestata alla lirica". E non sembri azzardato, l'audace accostamento. È proprio lei, Anastasia Bartoli - 33 anni, capelli corvini, fisico provocante con tatuaggi annessi, una predilezione per le cattive e le dark ladies - a definirsi così.
Protagonista della Zelmira che il 10 agosto inaugura il Rossini Opera Festival (diretta da Giacomo Sagripanti, regia di Calixto Bieito) è un astro della lirica in vertiginosa ascesa. Pur rimanendo la "metallara" di quando, a cantar opere, non pensava nemmeno. "Il metal è il mio grande amore ribadisce lei- Amo il trucco vistoso, le unghie lunghe e i vestiti in pelle: quelli da motociclista".
Non basta. Ha praticato pure il paracadutismo. Lontanuccia dal cliché della paciosa cantante lirica
"Mi sono tuffata dagli aerei per cinque anni. Lanciarsi col paracadute è come buttarsi in scena: sono entrambi sport adrenalinici. In tutti e due ci vuole coraggio, nervi saldi, prontezza di riflessi. Ci sono serate difficili in cui devi cantare cose tremende, e magari stai malissimo. Quella disciplina estrema è stata essenziale per educarmi all'autocontrollo anche in scena".
Eppure, in quanto figlia di una star lirica come Cecilia Gasdia, il suo sembrava un destino più tranquillo.
"Beh: sentivo l'opera già nella pancia di mia madre. Ma ho deciso di studiare musica solo a 23 anni, e non per l'opera, ma per il metal. Poi è nata la passione. Se hai i numeri, bene - ha reagito mamma, accettando di farmi da insegnante - ma se il talento non c'è, stop: chiudiamo qui. Abbiamo avuto anche momenti difficili, noi due. Ma io sono testarda. E grazie alla musica con lei è nato un nuovo, meraviglioso rapporto".
Un'ardimentosa come lei non avrà arretrato neppure davanti ai tanti sacrifici del mestiere.
"Ma guardi che non basta dire no alle gran mangiate, al fumo, all'alcool, alla vita notturna... La nostra è anche un'esistenza di grandi silenzi. Devi continuamente risparmiare la voce. Ed è un lavoro che non finisce mai: come per gli atleti. Stai dieci giorni senza cantare, e fatichi il doppio per rimetterti in forma".
Insomma: la volitiva Zelmira calza come un guanto ad un'interprete ricca di personalità come lei.
"Me lo dicono tutti. Accusata ingiustamente di parricidio e incarcerata, Zelmira trova ugualmente la forza di reagire. È una resiliente e una combattente. Un tipo tosto. Ma terribilmente impegnativo: tre ore abbondanti di musica, quasi sempre in scena. E proprio alla fine di quella sfacchinata, tac, l'aria più difficile, Riedi al soglio, che impone un canto opposto, gioioso e ricco di agilità. Però ho la fortuna di affrontare Zelmira dopo aver interpretato Ermione: come accadde ad Isabella Colbran (mitica soprano, seconda moglie di Rossini, ndr). Lei capisce: per una rossiniana come me, quasi un invito all'emulazione!".
Come sarà lo spettacolo?
"La regia di Calixto Bieito non ha nulla di classico, né nei costumi né nelle scene. Tutto accade su una pedana mobile, attraversata da buche colme d'acqua o di terra, e circondata dal pubblico che le siede tutt'attorno, come attorno ad un ring. Questo per noi cantanti significa darsi totalmente in pasto allo spettatore, da ogni lato. E quindi curare moltissimo la recitazione, mantenere una concentrazione assoluta".
Spaventata dal pubblico di intenditori internazionali e colti del Rossini Opera Festival?
"Al contrario! Io le opere le studio tantissimo, sono una vera sgobbona. Se ad ascoltarmi ci sono persone in grado di apprezzare le mie fatiche questo mi entusiasma, mi spinge a fare ancora di più!".
Lei sogna la Salomè di Strauss. Altra dark lady. Ma una bella eroina pucciniana, di quelle dolci e innocue?
"Beh: ho fatto Tosca,
che tanto innocua non è. E sogno Turandot, naturalmente. Riconosco che Mimì sarebbe un balsamo: la gola ringrazierebbe. Ma il mio ideale resta Salomè. A fare quell'invasata, assetata di sangue, io decisamente impazzirei!".