Gli ipocriti che rimpiangono il Berlusconi di una volta

Il direttore della «Stampa» Calabresi elogia il Cavaliere della discesa in campo per criticare quello di oggi. Ma gli insulti della sinistra sono gli stessi di allora

Gli ipocriti che rimpiangono il Berlusconi di una volta

Oh, bella! Adesso c’è anche chi ha nostalgia del Berlusconi di ieri. Al tempo lo vituperavano esattamente come oggi, ma adesso appare bello come il sole e lo rimpiangono con accenti accorati.
Su questa estrema frontiera dell’ipocrisia ha piantato la sua bandiera l’intrepido direttore della Stampa, Mario Calabresi. Lo ha fatto con un commento sui pochi ascolti di Porta a Porta dedicato alla consegna delle case ai terremotati abruzzesi. Avrete visto anche voi due sere fa: ospite il premier, anfitrione Bruno Vespa, entrambi sottotono. Una gran noia. Si fosse limitato a dire questo, il direttore del quotidiano Fiat avrebbe dichiarato il vero sia pure rubando il mestiere al suo critico televisivo.
Calabresi invece, per incastrare il Berlusconi di oggi, ha fatto l’elogio del Berlusca che fu. Il Cav contro il Cav. Poteva essere un capolavoro di perfidia. Ne è scaturita una desolante castroneria.
Va premesso che l’articolo è stato sapientemente circondato da altri al veleno contro il mostro di Arcore. Sulla prima pagina, accanto all’incipit dell’editoriale, c’era un pensum del vicedirettore Massimo Gramellini che fustigava i nostri deputati europei. Litigano tra loro e si ridicolizzano - questa la tesi - con comportamenti strapaesani come quel tale Rivellini che ha tenuto nell’aula di Strasburgo un’arringa in napoletano stretto. I non italiani sorridono imbarazzati e tutti alla fine - conclude Gramellini- ci considerano «una banda degna di essere governata da chi, con loro sommo e reiterato stupore, ci governa». Ossia - non nominato ma sottinteso - il Cav. Universalmente considerato, sembra dire il brillante corsivista, un comico da avanspettacolo.
Il fondo di Calabresi dilaga poi in una pagina interna, affiancato da un’esternazione di Lietta Tornabuoni. La signora, gloriosa di anni e di battaglie, descrive da par suo l’apocalisse dell’Italia berlusconiana. Elenca puntigliosa: «La decisione di abolire le scuole di paesi sperduti... è sciocca e crudele insieme. Un’altra prova di quanto il governo se ne freghi della gente». «I malati messi fuori dagli ospedali in due o tre giorni», «gli uffici pubblici che (per i risparmi del governo, ndr) impongono attese superlunghe». Per non parlare degli aeroporti: «Il taglio del personale li ha trasformati in un inferno caotico». Evidente il rimpianto per quell’Eden che erano Malpensa e Fiumicino con Prodi. Un Paese - conclude affranta Lietta - in cui si rischia che i piccoli restino somari, i malati muoiano e i turisti scompaiano.
Tra le rive di questo cataclisma scorre maestoso il «fondo» di Calabresi. La trasmissione è stata moscia, sostiene il direttore, perché il Cav non ha voluto contraddittori. Si è presentato solo senza avversari in grado di contestarlo. Ma come, si è doluto il figlio del commissario, proprio lui che è «indiscutibilmente il più efficace comunicatore che la politica di questo Paese abbia conosciuto». L’uomo che ha «costruito le sue vittorie sui messaggi positivi, sulla capacità di incantare e di convincere». «C’è stato un tempo - rimpiange Calabresi- in cui il Cavaliere andava in tv e duellava in diretta con Santoro, Gianni Riotta e Gad Lerner». Un tempo - incalza con comico crescendo - in cui accettava perfino di rispondere a domande intime e di rivelare che era malato di cancro. E ora invece - continua fingendo che si tratti di questioni analoghe - neanche risponde alle dieci domande di Repubblica sulle sue storie di alcova. «C’era un tempo - si dispera - in cui andava a Ballarò per discutere con D’Alema e Rutelli». Oh com’era forte e coraggioso il Cavaliere di allora. E quella intrepidezza è stata anche «la carta vincente per la sua legittimazione politica». Sopraffatto dal rimpianto, Calabresi evoca il Berlusca che «aveva il sole in tasca» e lanciava messaggi di ottimismo. Un Cav che lancia in resta pensava si potesse «ottenere il consenso con il sorriso e la forza del convincimento», non facendo come oggi «un inquietante deserto di parole di dialogo».
Ma dov’era Calabresi quando il Cavaliere si mostrava così solare? Non ricorda gli insulti che il suo ottimismo scatenava? I D’Alema a dargli dell’imbonitore, la magistratura alle calcagna, i girotondi che gli auguravano l’ergastolo? Ma faccia il piacere, direttore. Se non sa cosa scrivere, rinunci e riposi. Sempre meglio che riempire quattro colonne di rimpianti farlocchi.