Isis, avanti (forse) senza Al-Baghdadi

E’ passata molto tempo da quando le agenzie di tutto il mondo hanno riportato la notizia della presunta morte di Abu Bakr Al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Tutto da accertare ovviamente ripetevano fino a qualche giorno fa i servizi di sicurezza di Stati Uniti e Inghilterra. Poi la conferma: un tweet del Ministero dell’Interno iracheno annunciava la morte certa del califfo. La notizia è passata in sordina, poche le prime pagine dedicate all’annuncio della sconfitta del nemico numero uno, come se tutti già sapessero che si sarebbe trattato di una bufala, o quanto meno di una mezza verità. Infatti pochi giorni fa è stato diffuso un messaggio audio attraverso il quale Al-Baghdadi rilancia la guerra all’occidente. Dovremo aspettare ancora qualche ora per saperne di più, non è stato infatti ancora confermato se la voce sia realmente quella del leader dell’ISIS. Ad ogni modo è evidente l’imbarazzo della coalizione internazionale incaricata di sconfiggere il califfato.


L’Arabia Saudita, oggetto di minacce da parte dello Stato Islamico, nelle ultime settimane ha mandato migliaia di soldati a controllare i confini: evidentemente l’invasione da parte dell’ISIS, o quanto meno il tentativo, è ormai cosa certa. La famiglia reale che manca ormai da anni di credibilità internazionale e non solo, è allarmata dall’aumento effettivo di jihadisti in partenza per la Siria e l’Iraq. Ma l’impero sunnita non si sente minacciato solamente dai numeri in partenza, ma dalla credibilità che lentamente sta perdendo: lo Stato Islamico è evidentemente un faro per milioni di sunniti in giro per il mondo e l’Arabia Saudita ne è cosciente. Tutto da dimostrare replicano i musulmani anche di casa nostra. Certamente sarà il tempo a dire l’ultima, ma intanto a noi non rimane che fare un paio di riflessioni: la risposta da parte dei musulmani moderati è stata del tutto assente e in Europa si contano poche decine di manifestazioni. Anche in Italia qualche mese fa l’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia) aveva organizzato un evento, molto poco partecipato, in cui veniva condannata ogni forma di estremismo. Cosa è mancato in quell’occasione che molti si sono precipitati a definire confortante o addirittura una dimostrazione che l’islam in Italia è “buono”? E’ mancata innanzitutto la chiarezza: nessuno ha osato pronunciare la parola “terrorismo islamico”, ci si è fermati molto prima, facendo riferimento ad una più vaga violenza di matrice sconosciuta. E’ mancato un atto simbolico forte: “abbiamo bruciato la bandiera dell’ISIS” ha dichiarato Izzedin Elzir, presidente dell’UCOII. In realtà ad essere bruciato è stato un drappo nero con su scritto ISIS. Nessuno si è permesso di bruciare la vera bandiera dello Stato Islamico sulla quale appare la professione di fede all’Islam “Non c’è alcun Dio al di fuori di Allah e Maometto è il suo Profeta”. Ma tutto questo, che in realtà è molto poco, risulta straordinario se paragonato all’immobilismo del resto del mondo arabo. Paesi generalmente considerati moderati come il Marocco e la Tunisia non hanno registrato alcuna manifestazione, a parte sporadici eventi in alcune università di Rabat, dove alcuni studenti hanno urlato slogan contro lo Stato Islamico, ma rapidamente fatti rientrare nei ranghi dalla polizia. L’Egitto, paese ormai in preda al panico, ha perso il controllo sul Sinai: Ansar Bayt Al-Maqdis, cellula affiliata all’ISIS che controlla gran parte della penisola, ha cambiato pochi giorni fa il proprio nome in Provincia del Sinai, dichiarando così le aree controllate come territorio distaccato dello Stato Islamico. Molti altri, come la Giordania, fanno orecchie da mercante: si schierano a parole l’occidente, salvo poi sprecare il fiato per condannare Israele, rea di avere chiuso per poche ore l’accesso al Monte del Tempio a seguito di diversi attentati a Gerusalemme.

Obama e gli altri dimenticano che il Medio Oriente è tutta un’altra cosa, gli “amici” girano facilmente le spalle e le parole dei leader arabi sono spesso “kidba bida” (bugie bianche), la parola da quelle parti non è quasi mai “data”. Proprio pochi giorni fa Thomas Friedman dalle pagine del New York Times ci ricordava: “Se avete voglia di capire il Medio Oriente tenete a mente questo: cosa dicono i politici arabi in privato ha poca rilevanza, per stanarli dovete ascoltare cosa dicono al loro popolo nella loro lingua”.

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