Isotta e i miracoli del suo amato San Totò

La comicità metafisica dell'attore si sposa alla caustica prosa dello scrittore

È un'allegria malinconica quella che accompagna la lettura di San Totò (Marsilio, pagg. 302, euro 19), l'ultimo libro di Paolo Isotta, rivisto e corretto per il «si stampi» un mese prima della sua improvvisa scomparsa, il 12 febbraio scorso, a settant'anni da poco compiuti. Parlo per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico, ché per il comune lettore il piacere sarà totale, pieno com'è il testo di annotazioni spiritose, aneddoti e sottolineature ironiche, divagazioni simpaticamente erudite fatte con l'uso di mondo di chi si muoveva fra arte, musica, cinema e letteratura come se fosse a casa sua. E forse fa parte dei segni del destino che Isotta se ne sia andato sottobraccio a Totò, perché, come sottolineava il primo, «la grande arte è sempre tragica», e come sottolineava il secondo «non c'è niente che provochi singulti di ilarità, assai maltrattenuti di fou rire quanto un funerale, che è lo spettacolo della morte». Erano entrambi consapevoli che «la vita non si sceglie, si accetta», ovvero che «la felicità è un fatto di dimenticanza» e ciascuno a suo modo nel corso della loro esistenza le hanno stoicamente fatto fronte.

Nel titolo c'è la chiave di lettura di un libro tanto singolare, nell'essere cucito addosso al suo autore, quanto universale nel rifarsi a un principe della risata. «Io son un uomo all'antica - scrive Isotta -, e credo solo nei Santi: e nemmeno in tutti... Per me Totò è un Santo: per l'altezza della sua arte, per la gioia da lui per decenni donata a milioni di persone: gente del popolo, piccola borghesia, poi persino alta, ma anche autentici reietti. Per essere riuscito, con la risata che suscitava, a far per un attimo dimenticare a tutti, non solo ai reietti, le loro tragedie... La comicità aiuta la gente a prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile. Che altro fanno i Santi?».

Deriva da qui l'altro elemento religioso, di una religiosità arcaica e pagana, della comicità di Totò che è, al suo massimo, di natura eversiva, nel suo contestare non solo la società borghese e le sue convenzioni, ma, come spiega Isotta, lo stesso «principio d'identità personale, che la realtà sia percepibile, forse anche che la realtà esista». È quello di Totò un portato che attraversa i secoli, dai Saturnali ai lazzi dei jongleurs sul sagrato delle chiese medievali alla Festa di Piedigrotta, «erede cattolicizzata di settembrini riti dionisiaci e priapei» e che altro non è se non l'incanalamento e lo sfogo di un'energia eversiva la cui repressione sarebbe non solo impossibile, ma altresì dannosa. Ne deriva che «l'arcaicissima essenza rivoluzionaria di Totò si trasforma in una forza di coesione sociale: e solo proveniendovi sillogisticamente possiamo comprendere una verità non piacevole da ammettere. Anche perché l'avrebbe compresa un senatore del primo secolo avanti l'era volgare, non un cretino odierno». E infatti, «Totò è stato uno degli artisti più perseguitati dalla Censura: ma dopo, non prima, del Regime».

Il libro si divide in due parti: della seconda diremo dopo, ma la prima, «Tentiamo un ritratto», qui ci interessa perché oltre a essere «una flânerie in quell'universo che si chiama Totò», è anche una flânerie nell'universo Isotta. Si prenda la puntuale analisi intorno al costume tipico di Totò, un tight surreale e comicamente deformato, con la bombetta al posto del cilindro, le stringhe delle scarpe annodate a mo' di papillon, buono semmai per il «dinner jacket, vulgo detto smoking», al posto della classica cravatta lunga argentata, nera solo se la indossi un maggiordomo. Ecco come Isotta ci flaneggia intorno: «I parvenus (o pezziente sagliute) definiscono così, convinti di essere nel giusto, il loro semplice cameriere, sovente shrilankese... Il dinner jacket non è un abito da cerimonia (i cretini e i parvenus lo mettono alla prima della Scala), ma, come dice il nome stesso, un abito sottotono, che andrebbe indossato per le cene in famiglia senza pretese E non dico che camicie questi parvenus indossano al Sant'Ambrogio!». Di fronte alla prevedibile critica che si sta parlando di etichette di un secolo fa, quando c'era ancora il frack, quando il tight non era fuori moda, Isotta non demorde: «Non nego. Il punto è che i coglioni che mettono lo smoking a Sant'Ambrogio credono di stare in alta etichetta. In così alta etichetta che se si mettessero la giacca a quadrillets, le scarpe bianche e la paglietta non farebbero differenza». Isotta, «nei protratti e non rimpianti Sant'Ambrogio» di quando era il critico musicale del Corsera, «indossava sempre un fumo di Londra o un abito blu scuro». Ahimè, niente frack: «Sarei stato preso per un orchestrale; e sarei stato solo e quindi ridicolo». Notazione finale: «Tutte queste cose me le ha spiegate in sogno il principe de Curtis».

Si prenda poi l'analisi intorno a Peppino de Filippo, deuteragonista più che spalla di Totò, ovvero «il miracolo di un adattamento reciproco che nasce dall'intelligenza, dalla pratica, dal genio». Peppino creava alla pari con Totò, non gli porgeva le battute. «Quando in Totò, Peppino e la... malafemmina Peppino cancella col fazzoletto i suoi errori di scrittura e poi, sudando copiosamente, si asciuga collo stesso fazzoletto e si copre la faccia d'inchiostro, ci si può solo inchinare reverenti come di fronte al Padre e allo Spirito Santo». Peppino, dunque, non Eduardo, «un Pirandello dei miserrimi. Mi pare che nel 1981 un retore che ricopriva la più alta carica dello Stato nominasse De Filippo Senatore a vita. E infatti Pertini è stato il più retore (Scalfaro il più surrettizio; Cossiga andava rinchiuso tra pareti piumate) fra i nostri Presidenti. Pertini, a sentire la parola arte avrebbe messo mano al suo moschetto di partigiano. Eduardo De Filippo lo conosceva in quanto comunista: e per lui era ragione sufficientissima».

Infine, la lingua isottiana, che non sfigura rispetto alla fantasia verbale e neologistica di Totò: «la teterrima via Santa Maria Antesaecula», «l'ineunda autostrada», «sorge un'osservazione», «ogni regola soffre eccezione», «siccome documentato», «similla», «accorsato», «allocato», «il gag», sempre al maschile, i «films» sempre con la esse finale, come d'altronde gli sketches...

La seconda parte del libro, la più lunga, 200 pagine, è una minuziosa schedatura di tutte le pellicole, dal 1937 al 1966, che ebbero Totò come protagonista o ne videro la partecipazione. A leggerla, si capisce quanto Isotta abbia preso gusto nello scriverla, visto che gli riservava lunghe ore notturne dove, soffrendo d'insonnia, poteva se non altro dimenticarla ridendoci intorno e, si capisce da come alcuni testi comici di Totò siano stati riportati per intero, ridendoci sopra a crepapelle, come del resto è capitato al sottoscritto, per quanto li avesse visti, rivisti, stravisti al cinema o in televisione. Perché poi, come egli spiega benissimo, e come a lungo non capirono i critici, molti dei quali continuano ancora a non capirlo, Totò non è tanto un attore, ovvero un interprete, bravo e financo bravissimo, ma è una maschera a sé, con tutta la poliedricità e il genio che le sta dietro, e noi nei films è proprio questa che andiamo cercando, pellicola dopo pellicola, indipendentemente dai soggetti, dalle trame, dalle situazioni. Una maschera, ennesimo paradosso, che è poi la sua stessa faccia... Come osserva Isotta, «il patetismo dà sempre fastidio, ma quando si tratta di Totò è un vero errore di grammatica».

Sotto questo profilo, l'adorazione isottiana per Che fine ha fatto Totò Baby?, di converso alla scarsa considerazione per Uccellacci e uccellini, rientra in quella comicità metafisica che fa tutt'uno con il teatro della crudeltà, dove il concetto di maschera eccede la misura stessa del bene e del male, è tanto radicale quanto assoluta. In una scena, nemmeno fra le più sadiche, Totò rompe a martellate la gamba rimasta sana di Pietro De Vico perché il risarcimento prevede la rottura di entrambi gli arti inferiori; in un'altra strozza una ragazza con una calza, parodiando d'Annunzio: «La calza è bella! La calza è buona! Tutta di calza ti voglio vestire!».

A Totò e alla sua filmografia, Isotta si accosta con la stessa attenzione filologica riservata alle partiture musicali. Si prenda i due fratelli Caponi di Totò, Peppino e la... malafemmina. In realtà, ma pochi se ne sono accorti, i due all'anagrafe fanno Capone, «ma per via delle continue violenze da loro fatte all'ortografia, alla grammatica, alla sintassi, essendo loro due pronunciano il cognome al plurale, Caponi». «Che siamo noi», appunto.

Continueremmo all'infinito, ma non si può. San Totò è il bellissimo libro sul principe della risata scritto dal principe della critica musicale, e non solo. E, come avrebbe chiosato il primo, «ho detto tutto».

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