Gli italiani sono figli di troppi padri Quindi sono orfani

Caro Granzotto, discutendo tra amici siamo arrivati allo scontro sul: «Siamo o no, o quanto, figli del nostro passato. Come individui e come popolo?» Ha senso citare Petrarca: «Italia mia benché il parlar sia indarno... », o l’Alighieri: «... nave senza nocchiero in gran tempesta», o Gioberti che sosteneva l’Italia essere un’astrazione, un desiderio, non un fatto, per trovarvi le possibili primogeniture del nostro presente? Oppure basta risalire al 1993, al 1945, o magari al 1919 e, perché no al 1861? La contraddittoria, angosciante complessità dell’Italia 2010: i nostri difetti e i nostri pregi, così come li abbiamo sotto gli occhi, a parte l’angolazione scelta per vedere, di quanti padri è figlia? La stima che abbiamo in lei come persona e come esperto «informato dei fatti», ci induce a ricorrere al suo parere.
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Per dire come sia facile dispensarci babbi e mamme, basti ricordare che per una certa parte della sinistra, quella più tetragona (ex trinariciuta), noi siamo figli della Resistenza. Ce n’è per tutti, insomma. I più gentili ci vogliono figli del Rinascimento: tanto, chi si direbbe contrario a una simile, sontuosa paternità? I più maliziosi, invece, ci vorrebbero figli del «Franza o Spagna purché se magna» e qui bisognerebbe recitare il noto adagio del Divo Giulio e cioè che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Basta il Palio di Siena - sotto questo punto di vista meritevolmente trasmesso in diretta dalla tv -, però, per farci sentire rampolli dell’Italia dei Comuni. Uno storico vanto nazionale, chissà poi perché, avendo messoci nel sangue il virus del campanilismo e dello strapaese, che ha nel risvolto della medaglia il disprezzo per quanti stanno all’ombra di altri campanili. Il Duce sosteneva che eravamo figli di Roma e a loro volta i romani sostenevano che eravamo figli di quel pirla del pio Enea. Bella roba: figli di quello che se la diede a gambe (d’accordo, col padre Anchise - cugino di Priamo, tanto per dire - a cavacecio, ma questo non gli salva l’onore) mentre aveva giurato di difendere le mura di Troia fino alla morte. Che sedusse e quando gli venne a noia il sollazzo abbandonò Didone, povera donna. Figli di un tal vigliacco e mascalzone? Eh, cari Coppini e Lupi, chi lo sa, chi lo sa...
Molto affermata è l’opinione che da branco sciolto diventammo famiglia, ovvero fratelli, sulle note del «Piave mormorava... », nelle trincee del Carso, sulle rive dell’Isonzo e sull’altipiano di Asiago. E ciò alla faccia dei pacifisti, ovviamente. La cosa curiosa è che nessuno, almeno fino a ora, ha avanzato l’ipotesi che il carattere, il temperamento e in generale l’identità degl’italiani sia stata forgiata a Solferino o a Bezzecca, a Teano o, magari, a Lissa. Ebbe più successo nell’Italia post unitaria il richiamo agli eventi che videro protagonista Ettore Fieramosca o andando più indietro nel tempo, Giovanni da Procida. E se è per questo nemmeno Papa Leone I detto il Magno, colui che fermò sul Mincio quell’iradiddio di Attila, scherza. A proposito di barbari, seguita ad aver consenso, quanto meno nella Padania e dintorni, la tesi d’una figliolanza longobarda. Alla quale si contrappone l’orgoglio meridionale di dirsi eredi di sangue di Federico II, lo Stupor mundi (vanto soprattutto dei siciliani e delle siciliane di biondo capello e d’occhio azzurro, anche se oggi l’Elnet Satin fa miracoli). Insomma, cari amici, di babbi (e di mamme) ne abbiamo che la metà basta e questo forse vuol dire che siamo orfani. Che siam venuti su come tanti Martinitt, quindi con un notevole talento nell’arte di arrangiarsi e di arrangiare le cose, una spiccata attitudine, vulgo «bernoccolo», al fai-da-te, ben predisposti al lampo di genio e consustanzialmente vocati all’anarchia. Buoni ci stiamo, come la storia insegna, solo sotto bastone. Forse per questo siamo un grande e simpatico popolo. Anzi, proprio per questo.

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