da Barcellona
"Questa è la terrazza che tutti ci invidiano a Barcellona". Siamo sulla collina di Montjuïc e Teresa Montaner, storica dell'arte a capo della collezione della Fundació Joan Miró, abbraccia con lo sguardo l'intera città, là in basso. Da qui, le Ramblas sembrano appartenere a un altro universo. Montjuïc è il luogo perfetto da cui cominciare a esplorare i cambiamenti della Barcellona di oggi. Qui sono stati trovati i reperti più antichi della città e qui è scorso parecchio sangue durante le varie mattanze della guerra civile spagnola e la dittatura franchista.
Oggi è una zona tranquilla, peccato solo per certi edifici dismessi (eredità delle Olimpiadi '92). Nel verde spicca il bianco della Fundació Joan Miró, voluta dallo stesso artista catalano alla fine degli anni Sessanta e completata cinquant'anni fa dall'architetto e amico di Miró, Josep Lluís Sert. È uno spazio aperto a tutti, con grandi terrazze e un patio interno punteggiato di sculture: il suo patrimonio sono diecimila pezzi tra dipinti, sculture e tappezzerie e un archivio di disegni e schizzi che difficilmente si dimentica. Tutti firmati Joan Miró. "La fondazione è nata come un progetto civico: Miró non pensava a celebrare sé stesso, ma a un centro di ricerca delle arti contemporanee", continua Montaner.
Ci passano accanto vari gruppi di studenti, ché qui si viene a osservare i lavori di Miró e a ragionare su come "esprimere il massimo con il minimo": un punto rosso, una stella, una linea appena tracciata. Miró è il maestro del surrealismo poetico e, per celebrare il mezzo secolo dalla sua apertura, la fondazione ha deciso di creare un nuovo percorso espositivo in cento opere che procede per temi più che per anni. Joan Miró: Circles ragiona su alcuni assi (in catalano il termine indica qualcosa di più delle semplici coordinate): il più interessante è quello dedicato al cielo. Scopro da Montaner che Miró era ossessionato dalla meteorologia e che in ogni suo disegno dedicato alle costellazioni si basava su cartografie precisissime del cielo di Barcellona anche quando, dal '56, si ritirò a Palma de Maiorca, in autoesilio volontario dal franchismo. "Le opere devono respirare", diceva Miró, che aveva voluto creare nell'amata Barcellona uno spazio espositivo inondato di luce. Serve tempo per gustare ogni dettaglio, inclusa una passeggiata nel rinnovato giardino dei cipressi, dove ancora sono in corso alcuni lavori.
Sono tanti, a dire il vero, i cantieri aperti in questa primavera barcellonese. A un'oretta a piedi, che diventa un quarto d'ora chiamando un taxi, si può indagare meglio la questione puntando al civico 87 di Carrer del Rosselló dove, in un edificio razionalista che fu sede della gloriosa casa editrice Gustavo Gili, è stato allestito un hub culturale vivace e parecchio frequentato da giovani, che funge anche da quartier generale di "Barcellona capitale mondiale per l'architettura 2026" (la nomina arriva dall'Unesco con l'Unione internazionale degli architetti: la prossima città sarà Pechino, nel '29). In agenda, un calendario di oltre 1.500 eventi tra dibattiti, laboratori e concorsi per ripensare Barcellona dopo gli eccessi dell'overtourism, che qui ha creato insofferenza più che altrove.
In città 1,7 milioni di abitanti, che diventano cinque considerata l'area metropolitana a fine giugno arriveranno diecimila architetti per il Congresso mondiale di architettura che si terrà alle Tres Xemeneies, le Tre Ciminiere, un'ex centrale termica affacciata sul mare nel lato della costa orientale. È uno dei luoghi simbolo dell'ultima possibile metamorfosi di Barcellona: è destinata infatti a diventare un centro di cultura digitale e chissà se toglierà alla Torre Glòries, progettata da Jean Nouvel nel 2005, il primato dell'edificio contemporaneo più noto della città. Più noto, certo, ma mai come la Sagrada Família di Antoni Gaudí, ovvio.
Dalle Ciminiere post-industriali bastano quindici minuti di metro per arrivare alle guglie della Sagrada: la linea 2 regala, appena salite le scale della stazione metropolitana, una vista indimenticabile sulla basilica. La Torre del Gesù, la più alta di tutte (172 metri di altezza), è da poco stata completata: tutto è pronto per la visita di Papa Leone XIV fissata per il 10 giugno, centenario esatto della morte di Gaudí. Pronto è una parola relativa da queste parti: le gru fanno parte del paesaggio. Del resto, Gaudí stesso, riferendosi al cantiere del suo più grande sogno architettonico, iniziato nel 1882, diceva: "Il mio cliente (Dio) non ha fretta". Oggi, la folla di visitatori è inspiegabilmente ininfluente sulla percezione mistica degli interni, che sono un tripudio di luce e di luci: "L'architettura" diceva d'altronde Gaudí "è l'organizzazione della luce". Si resta ipnotizzati dalla foresta di colonne concepita dal geniale artefice di questo tempio dalle forme curve e sinuose, a imitazione delle forme del Creato.
Dal 4 maggio è lui stesso a dare al Giornale, in anteprima, la notizia l'artista bergamasco Andrea Mastrovito, 48 anni e una spiccata sensibilità spirituale, arriverà sotto la Torre del Gesù per assistere nelle successive settimane all'assemblaggio del suo Agnus Dei, l'"Agnello di Dio", la scultura che andrà a posizionarsi dentro la torre, diventando una sorta di faro per la città, visibile dall'esterno e poi in futuro anche dall'interno della stessa basilica. La Junta Constructora la fondazione privata spagnola che gestisce la costruzione, la conservazione e la gestione della Sagrada Família meno di due anni fa e dopo un concorso internazionale a chiamata, ha scelto il progetto di Mastrovito per questo intervento scultoreo voluto dallo stesso Gaudí, come testimoniano i suoi appunti e diari.
L'Agnus Dei di Mastrovito è stato ispirato, tra le altre cose, dalla lettura de Il grande spettacolo del cielo dell'astrofisico Marco Bersanelli (Sperling & Kupfer), in cui si cita l'iperboloide, figura geometrica cara a Gaudí. L'Agnello di Mastrovito è circondato da raggi lunghi tre metri, rivestiti in foglia d'oro, che intrecciandosi formano appunto un iperboloide: ogni raggio contiene luci al led con citazioni della Bibbia, che sono state scelte dall'artista con i teologi della Sagrada Família. "Qui tutto si muove come una macchina perfetta: la Sagrada è un'incredibile fabbrica. Quando i tecnici dello Studio Reduzzi (il laboratorio bergamasco che ha realizzato l'opera, ndr) sono arrivati nei mesi scorsi a Barcellona per portare i diversi pezzi montati da assemblare ne sono rimasti impressionati", dice l'artista, che ha concepito l'agnello coperto da migliaia di schegge di vetro perché "ciascuna simboleggia una sofferenza umana". E aggiunge: "Non è la classica rappresentazione: il mio Agnus ha il capo rivolto all'indietro e guarda verso il basso, verso l'umanità che entra nella Sagrada Família ogni giorno". Qualcosa come cinque milioni di persone l'anno, che certamente aumenteranno perché questo è, appunto, "El Año Gaudí", il centenario della sua morte.
Il comitato ufficiale delle celebrazioni, complice la collaborazione con le università della città, sta puntando tutto su convegni e ricerche scientifiche, ma il grande pubblico, delle sette opere di Gaudí a Barcellona, è disposto a fare la coda solo per tre: Sagrada al primo posto, Parc Güell per una pausa nel verde e poi Casa Batlló. Quest'ultima merita un discorso a parte: fulgido esempio di modernismo, dichiarata Patrimonio dell'umanità dall'Unesco nel 2005, ha da poco terminato i restauri dopo sette anni di lavori. Con cinquanta milioni di euro fatturati nel 2023 a fronte di un milione e mezzo di turisti in coda (questi gli ultimi dati forniti, ma nel 2025 siamo già sui due milioni di ingressi), Casa Batlló è anche un ottimo business privato. È stata infatti comprata negli anni Novanta, quando era in stato di totale abbandono (Gaudí non era di moda e nessuno si faceva selfie lungo il Passeig de Gràcia), da Enric Bernat, il fondatore di Chupa Chups, i lecca-lecca. Dal 2014 la dirige il nipote, Gary Gautier: è lui ad aver impresso la svolta digitale che ha fatto lievitare gli affari. La Casa è stata infatti la prima realtà museale al mondo a sfruttare la realtà aumentata e, dallo scorso gennaio, ha aggiunto al primo piano un enorme spazio espositivo per mostre di questo genere, oltre al progetto "Casa Batlló Contemporanea" che coinvolge artisti digitali per opere di video-mapping sulla facciata e mostre temporanee (parliamo di grandi firme come Refik Anadol, Quayola, United Visual Artists).
A proposito di facciate: quella principale è tornata a splendere, mentre quella posteriore è stata ripulita da strati di vernice e finalmente riscoperta dopo un restauro da due milioni di euro.
A Casa Batlló tutto è tanto (troppo?): oltre alle animazioni digitali nelle sale, persino le audioguide comprendono grossi tablet e il rischio complice la ressa dei turisti è di perdere di vista l'universo immaginifico di Gaudí. Ben più suggestivo di qualsiasi ricostruzione con l'intelligenza artificiale.