Jackie Collins: "Vi rivelo i vizi e i segreti della mia Hollywood"

Dopo oltre 400 milioni di copie vendute, "lady best seller" a 72 anni ha ancora l'impertinenza di una ragazzina

Aeroporto di Los Angeles, California. Immaginatela camminare verso di voi, illuminata dalla luce azzurra che le piove addosso dalle grandi vetrate del terminal. Si muove con placido agio, un bicchiere di chardonnay on the rocks in una mano e un guinzaglio ricoperto di strass nell’altra. Alla fine del guinzaglio, ovviamente, fluttua sulle zampette il cagnolino più kitsch e viziato del mondo. I vestiti, sono per due terzi ghepardati. Capelli rossi vaporosi, occhialoni vintage, pelle del viso liscia come quella di una bambina, sebbene la signora in questione abbia passato i settanta. No, non è vostra zia che dopo il quinto divorzio sta partendo per un viaggio consolatorio alle isole Vergini. È lady best seller, invece: Jackie Collins. Alcuni, vedendola - celebri sono gli scatti che le ha dedicato Annie Leibovitz - potrebbero pensare che è una donna molto, molto kitsch, ma lei è fatta così, forte di 400 milioni di copie vendute e del suo ruolo ancora di spicco, nonostante l’età, a Beverly Hills. Intervistarla, pure al telefono, è uno spasso.

«Quando ho incontrato Brad a un party, tre settimane fa, lui era davvero così sexy, così cool. Voglio dire, era proprio perfetto! Mi ha sorriso e mi ha sussurrato: “Jackie, sei sempre più bella e sembri più giovane”. Gli ho risposto: “Caro mio, oggi i chirurghi fanno meraviglie!”».

Mi scusi, ma Brad... è quel Brad?
«Ma certo, mio caro!».

Ok, è Brad Pitt. Lei ha proprio Hollywood nel sangue.
«Com’è vero che mi chiamo Jackie Collins! Adesso ti racconto. Quando avevo quindici anni ero una vera ribelle. A scuola mi annoiavo, le materie non erano interessanti come quelle che si studiano oggi, e spesso preferivo andare al cinema. Finii col farmi sospendere. Quel giorno, il più felice della mia vita, gettai la mia uniforme nel fiume. Mio padre, che faceva l’impresario teatrale e non voleva che mi dedicassi alla scrittura, passione che avevo già fin da allora, mi disse: o torni a scuola o vai a Hollywood».

Suppongo che...
«Esatto. A Hollywood c’era già mia sorella, di quattro anni maggiore di me. Faceva la comparsa in alcuni film con Paul Newman e Robert Redford, prima che venisse scelta dalla Century Fox come “risposta” a Elizabeth Taylor. Anche se molti la ricordano come l’Alexis di Dynasty. Potevo non raggiungerla?».

Lei deve molto a Hollywood.
«Soprattutto mi ha aiutato a raccogliere materiale per i miei libri. Vedi, io amo molto fare le cose che sento, sempre senza far male agli altri o sottrarmi a loro, ovviamente. A volte però li metto in imbarazzo, e questa è una delle principali occasioni per capire come reagisce una persona e poi descrivere la sua reazione usando un altro nome. Se leggi attentamente i miei libri e conosci un po’ gli attori che più girano a Hollywood, puoi capire chi è chi, i suoi tratti estetici ma anche quelli interiori. Alcune scene forti, di sesso e droga, sono vere e non c’è da stupirsene: dove c’è potere i vizi ci sguazzano, è così in tutto il mondo. Grazie a Hollywood ho scritto 26 romanzi, sette film e alcune miniserie. Amo produrre film tratti dai miei libri. L’ultimo è stato da Hollywood Wives. Vi ha recitato Farrah Fawcett: era una grande attrice, siamo diventate amiche sul set».

Com’è il rapporto con gli attori?
«Tra gli attori e lo scrittore del romanzo che loro stanno interpretando, si crea sempre un rapporto di intimità. Quelli più bravi vogliono sapere cosa provavi quando scrivevi quella scena o quell’altra. Insomma, produrre un film per me è un viaggio nel profondo che ti sconvolge e ti tira fuori delle cose che non sapevi neanche di aver provato».

Certo è che tutta la sua produzione gronda sesso. L’hanno definita la versione femminile di Harold Robbins, altro grande scrittore di bestseller.
«Amo scrivere di cose bollenti. Come in Married Lovers, “Amanti sposati”, uscito lì da voi in Italia una settimana fa, per Fanucci, col titolo La mia vita ha un solo amore: vi ho narrato di un uomo sposato che ama un’altra donna, o, per dirla diversamente, di quando si è obbligati a cercare se stessi fuori dal matrimonio. In genere, comunque, mi piace scrivere di cattivi ragazzi che alla fine vengono rimessi in carreggiata dalla ragazza giusta, come per esempio Cameron Paradise in questo ultimo libro. Nel film che ne trarremo credo ci sarà anche Brad, sì, quel Brad, ma non nella parte di Don Verona, il protagonista un po’ bad boy».

È piuttosto noto che nei suoi romanzi ci sono parecchi giovani uomini...
«Ho sempre guardato agli uomini come a ragazzi cresciuti. Solo così hanno un vero appeal, per me. Molti uomini leggono i miei libri e mi chiedono come faccio a conoscerli così bene. È un segreto e me lo tengo, ma posso dire che agisco per immedesimazione. Ricordo una volta che ero al ranch di Clint Eastwood, c’era da montare una giovane cavalla non ancora addestrata. L’ho guardata negli occhi e ho cominciato a pensare cosa avrebbe fatto un uomo. Gli animali sentono la differenza tra i sessi e mi sforzai di agire come un uomo. Ebbene, fu una cavalcata memorabile. Quando sento Clint al telefono, la ricordiamo sempre».

Ma alle donne cosa si sente di dire, invece?
«Di essere sempre sincere con se stesse. La maggior parte delle mie lettrici sta tra i venti e i trenta, e io le incoraggio a essere forti, come Lucy Santangelo, l’eroina di molti miei libri in cui ho infuso quel che potremmo chiamare le mie opinioni “femministe”. Nella fiction tratta da questi libri, recitava Nicollette Sheridan, una delle Desperate Housewives. E anche Sandra Bullock, anche se la Bullock non ha le forme del personaggio da me descritto... La trovo sempre un po’ sciapa, Sandra. È come una minestra per chi sta a dieta o una sogliola appena cotta».

E dell’Italia che cosa pensa?
«Noi americani siamo molto più easy nel dire le cose come stanno. Non capisco i vostri conflitti politici interni. Da noi una volta che vince un presidente, anche se tu non lo hai votato, ogni singolo americano lo appoggia e ci crede. Non tutti certo, ma la maggior parte. Il vostro Paese mi affascina per altre ragioni».

Quali?
«Oh, caro mio! Ti faccio tre nomi: Capri, Portofino e Venezia».

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