Il Teatro degli Arcimboldi riprende l'attività e fa spazio anche al jazz inteso in senso molto lato. Il primo ad andare in scena è il sassofonista, clarinettista e compositore John Zorn che propone in prima italiana «Zorniana», al quale partecipano 16 musicisti disposti in varie formazioni (ottetto, duo, quartetto d'archi e infine i 16 tutti insieme). Con Zorn, musicista insofferente di qualsiasi "genere", è impossibile fare previsioni. Ha frequentato e frequenta l'avanguardia downtown di New York, la città dove è nato da una famiglia ebraica nel 1953. Per la sua poliedrica operosità sono state coniate varie etichette (jazz post-free, iper-free o poli-free) che in realtà, e non a caso, non definiscono nulla. Il percorso musicale di Zorn si presenta come un singolare mosaico che richiama alla mente John Cage. È capace di rivisitare al sax alto i temi classici del jazz moderno, conferendo ad essi «nuova vivacità e passione per mezzo di una sonorità secca e di un attacco energico. Egli però si sottrae ad ogni tentativo classificatorio in virtù dei suoi programmi vari e sofisticati e dell'eclettismo delle citazioni che mixano generi e interpreti».
Ne sono prova i suoi numerosi dischi, molti dei quali sono autogestiti sotto l'etichetta Masada che porta il nome della fortezza sacra alla resistenza degli ebrei i quali, nel 73 d.C., preferirono morire tutti piuttosto che cedere all'assedio dei Romani. Famoso è il suo "Cat O' Nine Tails" per il Kronos Quartet.Il jazz «alternativo» di John Zorn
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