John Keats, poeta con molta arte e poco successo

Si può scrivere spinti da tante ragioni. Una delle più stringenti è la passione. È la volontà di affidare a un libro il compito di avverare un desiderio e di pagare un debito d’amore. Tale mi sembra il caso di questo Bright Star. La vita autentica di John Keats (Fazi, pagg. 281, euro 15). Autore ne è Elido Fazi, che di suo è editore di successo attento come ogni editore deve essere ai best seller e che qui ci racconta, con una sorta di laica, toccante devozione, la vita di un poeta cui nel corso della sua breve esistenza non arrise nessuna fortuna editoriale, ma che lasciò opere fondamentali per la storia della poesia europea e, direi, dello spirito umano.
Fazi ricostruisce gli ultimi anni dell’esistenza di Keats amorosamente ma con sobrietà, per frammenti, con scarti temporali e nello stesso tempo seguendo una scansione cronologica, appoggiandosi con scioltezza, oltre che ai versi, alla bellissima prosa delle lettere dell’autore, sommo epistolografo. Ma soprattutto, colta la centralità dell’intuizione di Keats secondo cui il mondo non è valle di lacrime, ma «valle del fare anima», Fazi si dedica a descrivere, dell’anima del poeta, tutti gli aspetti, i desideri, le contraddizioni, le aspettative, i sogni che agiscono in essa. Viene ricostruito il clima familiare in cui il giovane Keats visse, i suoi rapporti con la sorella Fanny, con il fratello Tom e la sua malattia, con George e le sue intemperanze di uomo d’affari avventuroso e sfortunato. Viene ricostruito il ruolo importantissimo che ebbe l’amicizia nelle sue vicende. Ci furono uomini come Charles Brown, John Hamilton Reynolds, Joseph Severn che, come leggiamo nella significativa «Appendice», vollero addirittura essere qualificati come amici di Keats nell’iscrizione sulla loro pietra tombale. Fazi racconta poi gli incontri letterari, con Wordsworth, con Coleridge. I vagabondaggi, nel Kent, nell’isola di Wight, in Irlanda, in Italia. Gli amori, quello breve e carnale con Isabel Jones, quello decisivo e irrisolto con Fanny Brawne, che gli ispirò la poesia stupenda che comincia con l’invocazione alla «Fulgida stella».
Pur non essendo un libro di critica letteraria, questo ha il merito di farci vedere la genesi di opere come Endimione, Iperione, le Odi, di metterci di fronte a una poetica di straordinaria modernità che reinterpreta e coniuga anima, bellezza e verità, e vede il mito come «carne viva e palpitante» (cosa che tanti ancora oggi stentano a capire). Non manca la storia dei rapporti con i suoi due contemporanei romantici Shelley e Byron. Shelley ama Keats, accetta da lui più giovane duri consigli di scrittura, gli dedicherà in morte un grande poema come Adonais. Byron invece non gli perdona gli umili natali e litiga con Shelley non riuscendo a capire perché lo ammiri tanto. Da parte sua, Keats un giorno strappa e getta in mare le pagine di un libro di Byron, insofferente del loro tono sarcastico e disincantato e indotto da esso a pensare come «non ci sia fondo alla mostruosità della natura umana». Rispetto ad essi, aristocratici ribelli e prometeici, Keats, figlio di uno stalliere, povero, malato, colpito da stroncature assassine, ha un destino segnato, solo apparentemente meno eroico. Muore a Roma a ventisei anni, e lascia, come Byron non pensò mai di fare, come Shelley tentò ma con più ombre, contrasti e violenza, un limpido monumento imperituro, oggi attualissimo, alla verità della poesia e alla autenticità della vita.
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