Josè Carreras: "Sul tetto del Duomo ringrazierò Dio d’avermi fatto guarire"

Domani il tenore canterà la "Misa criolla" sulle Terrazze. "La Scala? Speriamo non chiuda". L’omaggio a Pavarotti

Josè Carreras: "Sul tetto del Duomo 
ringrazierò Dio d’avermi fatto guarire"

Milano - Se poi lo dice qui, sul tetto del Duomo e perciò di Milano, mentre il vento gli muove i capelli, l’effetto è ancora più forte: «La Chiesa torna a essere mecenate della musica ed è importante perché la musica è proprio nata in chiesa». Domani sera (e lunedì e mercoledì) Josè Carreras canterà la Misa criolla di Ariel Ramirez sulle Terrazze del Duomo per aiutare la Veneranda Fabbrica nel restauro della Guglia maggiore, quella che regge la Madonnina. Operazione da nove milioni di euro, mica due soldi. Il progetto si chiama VivilDuomo ed è importante perché esalta l’idea rinascimentale di utilizzare il bello per aiutare il giusto: in questo caso la voce di uno dei più famosi tenori del nostro tempo si presta a raccogliere fondi per salvare un simbolo religioso tra i più decisivi. «E lo faccio con piacere», dice lui, elegantissimo e soprattutto, evviva!, squisitamente educato, a dimostrazione che tra piccoli e grandi artisti c’è anche questa differenza neanche tanto minima: il savoir faire.
Maestro, strano sentirla cantare la messa creola del compositore argentino.
«Ma no. È un’opera che unisce aspetti artistici, religiosi e spirituali alla musica dell’Argentina più profonda. Se si vuole dire qualcosa alla gente, questo è il veicolo migliore».
Il messaggio è chiaro.
«Il Duomo è un simbolo non solo per i milanesi, ma pure per il mondo».
Nei secoli qui è anche stata suonata musica straordinaria.
«Ecco perché mi piacciono queste iniziative. Inseguono e cercano di favorire lo scopo sociale della Chiesa sfruttando cornici architettoniche impareggiabili. D’altronde questa combinazione è sempre stata esaltante per la musica».
E anche per gli artisti.
«Quando inaugurano la stagione o hanno un prima importante, i cantanti che si esibiscono alla Scala passano di qui per pregare e cercare l’appoggio di Dio».
La Scala protesta per i tagli ai fondi statali.
«Speriamo che non chiuda. Certamente siamo in una fase nella quale tutti i Paesi devono fare tagli finanziari che, purtroppo, sempre più spesso riguardano cultura e ricerca. E, per me, è un grande sbaglio».
È venuto alla Scala, dove tornerà il 10 ottobre, per ascoltare Placido Domingo nella parte di baritono del Simon Boccanegra. Con Pavarotti, voi tre siete stati i Tre Tenori amati in tutto il mondo.
«Il nostro primo concerto, e uno dei più importanti, è stato proprio vent’anni fa alle Terme di Caracalla a Roma. Una ricorrenza che cade proprio adesso. Perciò voglio mandare un saluto affettuoso a Pavarotti, che non c’è più».
Lei è stato tormentato da una gravissima malattia.
«Ci penso tanto. E sento Dio ancora più vicino».
La sofferenza aiuta la fede.
«Diciamo che noi cristiani siamo molto opportunisti. Quando soffriamo, chiediamo l’aiuto del Signore. È accaduto anche a me e il concerto di domani sera qui, in un posto spettacolare e così simbolico, è anche una sorta di ringraziamento per il conforto che mi ha dato in un momento difficilissimo. Io mi sento un privilegiato perché sono guarito. E voglio ripagare questo debito».
In quale modo?
«Senza arroganza, ho pensato che il modo migliore per ripagarlo sia aiutare gli altri, fare qualcosa per chi soffre adesso le mie stesse sofferenze del passato».
Filantropo?
«Credo nell’Uomo. E credo nello spirito dell’Uomo».
Talvolta farà molta fatica.
«Nelle situazioni più avverse, se un uomo ha la possibilità di aiutare gli altri, lo deve fare. Anche perché, dopo la guarigione, non siamo più gli stessi e anche io, nel mio piccolo, dopo la malattia ho capito di esser cresciuto come uomo e come artista».

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