"Dopo Jovanotti e Pezzali ora scommetto su Nicolas"

Il cantante sarà a Sanremo nella «Nuova generazione» «Ma io non l’ho sponsorizzato, ci è arrivato da solo»

Milano - Massì che questa è bella: quando Nicolas Bonazzi si è presentato a Sanremo Nuova Generazione non ha rivelato che il suo discografico fosse Claudio Cecchetto, ossia il principe dei talent scout del pop italiano. Zero, nulla. «Gliel’ho consigliato io, anzi l’ho obbligato a iscriversi da solo». Ora che Nicolas Bonazzi, con la sua Dirsi che è normale, è stato inserito tra gli esordienti che si giocheranno il Festival di Sanremo, allora sì che Cecchetto esce allo scoperto e la dice tutta: «Finora sono stato zitto ma ci metto la mano sul fuoco, è lui la mia nuova scommessa». Tanto per riassumere, le sue scommesse sono state, negli anni, Jovanotti, Fiorello, Max Pezzali, Fabio Volo e via elencando quello che è un incredibile rosario di talenti. Insomma, esplosivo e inarrestabile, questo veneto dalla parlantina accelerata non usa giri di parole: «Su Nicolas punto a occhi chiusi».

Scusi Cecchetto, come mai tutto questo entusiasmo?
«Mi piacciono le storie che iniziano così, come una favoletta».

Riassuma la favoletta.
«Un giorno mi danno il cd di questo ragazzo. Lui non lo sapeva neanche. Appena ho ascoltato la canzone, mi sono accorto che usa la sua voce come uno strumento musicale. Nella mia carriera non avevo mai prodotto un artista così: Nicolas Bonazzi è uno che canta con uno stile forte e personale».

Chi altri in Italia usa la voce come uno strumento?
«Direi che mi vengono in mente Tiziano Ferro e Carmen Consoli».

Poi?
«Ho chiamato Nicolas e gli ho proposto di lavorare con me. Tutti mi mandano cd, ma io chiamo soltanto quando sento una vibrazione particolare».

Chiamò anche Jovanotti?
«La mia ex moglie mi disse: ho visto in discoteca uno come te, fa lo stesso casino che fai tu. Lo chiamai».

Idem con gli 883 di Max Pezzali?
«Li vidi una sera all’ex Studio 54 di Milano durante lo show 1,2,3 Jovanotti. Ma non erano ancora pronti. Due anni dopo sì. E li chiamai. Poi hanno avuto un successo clamoroso».

Qualcuno pensa che il successo sia soltanto il risultato del can can dei giornali.
«Magari vale per gli artisti cosiddetti normali. Per gli altri ci vuole soprattutto la marcia in più».

Nicolas Bonazzi ce l’ha?
«Son convinto che stupirà tutti, anche gli altri cantanti. Lui esce dagli schemi e credo proprio che in futuro diventerà uno degli artisti più significativi».

Non sta azzardando troppo?
«Sono abituato così. Lo so che si rischia molto con dichiarazioni di questo tipo, però le faccio soltanto quando sono sicuro».

Ma come mai è rimasto nascosto?
«Volevo saggiare la buona fede della commissione sanremese. Facendomi avanti io, rischiavo di condizionarla, in un modo o nell’altro. Devo dire che anche la Sanremo Academy non ha potuto che rimanere colpita da questo brano, che è stato arrangiato dal bravissimo Celso Valli. Soltanto dopo la valutazione finale, è stato lui a fare il mio nome».

Ma il testo com’è?
«Quello di una canzone d’autore».

Insomma Cecchetto, lei sta parlando di un fenomeno.
«E mi stupisco di come non sia stato notato prima».

Infatti ha 29 anni. Lei di solito punta sugli under venti.
«Stavolta vado contro le mie abitudini. E difatti siamo già al lavoro anche sul suo nuovo disco: 8 brani, sei composti da lui e due cover acustiche, solo chitarra e voce. Una è di Tracy Chapman e l’altra è la famosissima Non ti scordar mai di me di Giusy Ferreri, davvero un gran brano».

Forse lei ha aumentato l’età dei suoi talenti per compensare quella dei bambini che giudica a «Io canto», lo show di Canale 5 presentato da Gerry Scotti.
«Sono eccezionali, non c’è altro da dire».

Ma come mai solo adesso spuntano voci così giovani e così strepitose?
«Ci sono sempre state ma non si sapeva. Per fortuna ora c’è Roberto Cenci (il regista e autore - ndr) che ce le fa ascoltare».

Tra loro c’è già qualche prossimo talento di Cecchetto?
«Ma no, è troppo presto per produrli».

Magari cambieranno voce.
«Questo no, i problemi sono altri, i genitori ad esempio. La voce è uno strumento che basta allenare. Una volta Albano mi disse che lui aveva iniziato a 12 anni e cantava sempre, anche quando andava a scuola in bicicletta, perché aveva paura di perdere il suo timbro. Ecco così si fa, per fare della musica la propria vita».

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