KAKÀ FA COSE TURCHE E IL MILAN VOLA

La squadra di Istanbul torna in partita su rigore contestato, concesso per una spallata di Gattuso. Ancelotti in panchina col rosario, come il Trap

Franco Ordine

da Milano

La zona Milan e Kakà, naturalmente, funzionano quasi alla perfezione. Consentono ad Ancelotti di nascondere la paura dietro un piccolo amuleto che ricompare al suo dito: è il rosario ottenuto in regalo dai frati cappuccini di San Giovanni Rotondo nel corso di una visita al santuario di Padre Pio. Le magie di Kakà sono una splendida realtà. E sotto i riflettori di San Siro risplendono nella prima notte di coppa Campioni. Comincia lui, il Rivera del terzo millennio, con un colpo di squadra dal limite dell’area di rigore. Talento purissimo. Nel finale, mentre la sfida langue sul pericoloso 1-1, tocca sempre a lui prendere la palla per 35 metri, seminare un paio di birilli, e poi andare a segno in area, aggirando anche il portiere. Più che un gol è una specie di opera d’arte di Riccardino con la faccia da bimbo e dentro i muscoli il turbo di una formula uno. Con uno così non sei mai spacciato. Nel finale, poi, il destino soffia nelle vele rossonere: la sassata di Serginho, respinta dal portiere (in gamba questo Volkan) è manna per i piedi di Shevchenko, appostato dinanzi alla porta. 3-1 il verdetto finale, una specie di magia dopo il pari firmato da Alex.
Quanto dura il supplizio? Quelli dell’Uefa non fanno sconti al fegato dei milanisti, costretti dal filmato ufficiale della nuova edizione di coppa Campioni a sorbirsi l’epilogo beffardo della finalissima di Istanbul: i curvaioli fischiano ma il filmato, con i salti di Ancelotti e poi le facce scavate dall’angoscia, scivola via in vista della nuova avventura. Che comincia al cospetto di rivali, il Fenerbahce, poco disposti a farsi ammaliare dal palleggio rossonero. Anzi son proprio i campioni di Turchia, scortati da almeno cinquemila tifosi, a veleggiare con rapidi tocchi costringendo Gattuso e Ambrosini a consumarsi nel recupero di qualche felice pallone. L’inerzia è spezzata dal talento balistico dei due artisti in campo, Pirlo e Kakà: il primo suggerisce la traiettoria che il brasiliano dal limite dell’area trasforma in una stoccata a pelo d’erba, angolata e assassina.
Il vantaggio milanista non procura alla sfida il cambio di passo sperato. Forse perché con Vieri in campo risulta complicato apparecchiare un decente contropiede, forse perché nelle rare occasioni (cross affilato di Cafu, Sheva in ritardo di un amen) in cui lo schema riesce Kakà non recupera lo spunto migliore. Il Fenerbahce tiene Tuncay pronto a snidare Cafu, chiama Anelka a rientri per non scontrarsi con Nesta o Maldini ma non attacca in modo deciso: è troppo masticato il suo calcio per guadagnare spazi e infatti il primo brivido per Dida arriva da una incursione di Alex. Il balzo provvidenziale del brasiliano rassicura la ciurma di Maldini, bisognosa di continui attestati di sicurezza dopo i noti ripetuti black-out.
Se l’arbitro inglese, uno che fischia a spanne, toglie a Cafu in avvio di ripresa un improbabile rigore (da dietro Ozat Umit prende pallone e piede), è anche vero che Anelka comincia a pungere Nesta e Maldini in velocità. Allo scadere dell’ora di gioco, appena si libera di Cafu e viene affrontato da Gattuso in area con particolare veemenza, si procura il penalty che consente ad Alex di firmare il pareggio. Qui comincia un’altra partita, un’altra salita per il Milan.
Per spianarla e ridurla a una strepitosa pianura, da attraversare correndo, il Milan ha bisogno di chiamare ancora a raccolta il suo campione più celebrato, il suo giovane più inseguito. Riccardino Kakà timbra il cartellino dopo il primo quarto d’ora e si rifà vivo appena si complica la vita milanista e c’è bisogno di una sua pepita d’oro per regalare alla patria il primo successo in coppa Campioni.

È bello fresco, pimpante Kakà, in gol anche contro il Siena grazie al parziale riposo in campionato. Visto che il turn-over, se dosato in modo intelligente, serve? Forse è la volta buona. Se gli episodi restano dalla parte di Ancelotti. Da dimenticare solo il lancio di oggetti e petardi dalla parte della curva turca.

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