Caro direttore Feltri,
negli ultimi mesi stiamo assistendo a un fenomeno che lascia sconcertati: gli assalti ai portavalori sulle nostre autostrade sembrano sempre più frequenti e sempre più organizzati. Sembrano scene da film: strade bloccate, chiodi sull'asfalto, mezzi dati alle fiamme, bande armate con fucili d'assalto che agiscono con una violenza impressionante. Mi chiedo: com'è possibile che questi criminali riescano a organizzarsi in questo modo? E soprattutto, siamo davvero in grado di fermarli?
Giacomo Lorusso
Caro Giacomo,
la tua impressione è corretta: negli ultimi tempi gli assalti ai portavalori hanno assunto una dimensione quasi cinematografica. Non si tratta più del ladro improvvisato, ma di gruppi organizzati che pianificano azioni complesse, con blocchi stradali, chiodi per forare pneumatici, mezzi incendiati per coprirsi la fuga. Una violenza che colpisce e inquieta, perché avviene sotto gli occhi di tutti, sulle nostre autostrade, trasformate per qualche minuto in scenari da guerriglia. E tuttavia, proprio osservando gli ultimi episodi, emerge un dato che molti fingono di non vedere: lo Stato c'è. E quando decide di esserci davvero, funziona. Nel caso recente in provincia di Brindisi, i responsabili dell'assalto si erano dileguati nei campi, convinti probabilmente di averla fatta franca. E invece sono stati rintracciati e arrestati. Tutti. Uno dopo l'altro. Quindici persone finite in manette.
Questo significa una cosa molto semplice: sono organizzati, sì. Ma non più dello Stato. E quando lo Stato si muove con determinazione, li prende. Lo stesso vale per quanto accaduto a Roma, dove la Digos è intervenuta prima che un gruppo di tifosi potesse trasformare una partita di calcio in un regolamento di conti a colpi di martello. Anche lì, qualcuno griderà allo Stato di polizia. Io vedo uno Stato che previene il crimine prima che qualcuno finisca all'ospedale. E la differenza è tutta qui. Per anni ci è stato detto che intervenire prima significa comprimere le libertà. Che prevenire è sospetto, quasi illegittimo. Il risultato lo abbiamo visto: criminalità sempre più audace, sempre più spettacolare, sempre più convinta di poter agire indisturbata.
Oggi qualcosa sta cambiando. E lo si vede nei fatti. Arresti dopo gli assalti. Interventi prima delle aggressioni. Presenza sul territorio.
È questo che restituisce fiducia ai cittadini, non le dichiarazioni di principio. Ma sarebbe ingenuo fermarsi qui. Perché il problema, in Italia, non è soltanto fermare i criminali. È anche trattenerli. E qui entra in gioco un altro nodo, quello di una magistratura che troppo spesso, tra cavilli, interpretazioni e un garantismo spinto fino alla distorsione, finisce per rimettere in circolazione chi dovrebbe restare fuori dai giochi. Il messaggio che passa è pericoloso: puoi rischiare, puoi tentare, perché in fondo una via d'uscita si trova sempre e quasi mai si paga per i propri crimini. È questo senso di impunità che alimenta la recidiva e incoraggia l'escalation di violenza. Ecco perché è fondamentale intervenire anche su questo fronte. La riforma della giustizia, di cui si discute e su cui i cittadini saranno chiamati a esprimersi in questi giorni, può rappresentare un passaggio decisivo per riequilibrare un sistema che oggi mostra evidenti crepe.
Uno Stato è credibile quando non solo arresta, ma assicura che chi ha sbagliato paghi davvero. Altrimenti, la lotta alla criminalità resta monca. E i criminali, prima o poi, tornano.Anche per questo io voto convintamente sì alla riforma costituzionale della giustizia.