Compirà 70 anni fra poco più di un mese e potrà raccontare daverne trascorsi almeno 30 ai vertici della Repubblica islamica. Se limam Khomeini ne è stato il fondatore, lui ne è diventato il padre padrone, il grande burattinaio, leminenza grigia capace di governare con pugno dacciaio. Si chiama Alì Khamenei e di fronte a lui Mahmoud Ahmadinejad è solo un umile sottoposto, un piccolo e sconosciuto favorito costretto a baciargli la mano, come già fece nel 2005, dopo esser stato prescelto e immancabilmente eletto. Lestensione del suo potere è scritta nel suo titolo. La carica di Guida suprema, Velayat-e faqih in lingua farsi, riassume unautorità molto più estesa di quella di un capo di Stato. Quelle due parole identificano una sorta dispirato interprete della legge religiosa e politica. Per dirla in soldoni, un Dio in terra.
Quando sinventò quel titolo, inesistente nella tradizione religiosa sciita, lerudito e carismatico imam Khomeini pensava più a sé che al proprio successore. Per quanto cresciuto nelle scuole religiose Alì Khamenei è sempre rimasto un grigio esponente di medio livello e non ha mai raggiunto il sospirato grado di ayatollah. Così, quando nel 1989 il Consiglio degli esperti lo nomina Suprema guida della repubblica islamica affidandogli la successione di Khomeini, i vertici religiosi di Qom devono regalargli il titolo di Grande Ayatollah. Le indiscusse capacità di Alì Khamenei sono però la devozione, lintrigo e la pazienza. Entrato alla corte di Khomeini negli anni precedenti la rivoluzione, costruisce la propria fortuna nellautunno del 1979 quando layatollah Montazeri, vera eminenza religiosa ed erede designato dellimam, commette lerrore di criticare le torture e le esecuzioni di massa usate per far piazza pulita degli oppositori. Estromesso dalla guida della grande preghiera del venerdì a Teheran, Montazeri si ritrova sostituito dal teologicamente più inesperto, ma politicamente assai più affidabile, Khamenei. A garantirgli autorevolezza contribuisce nei primi turbolenti anni della Repubblica islamica la bomba esplosagli al fianco durante una conferenza stampa che gli paralizza il braccio destro, ma lo trasforma anche in cholaaq ali gedaa, ovvero in autentico martire vivente.
Da quel momento quellenigmatico signore dallo sguardo nascosto da un paio di scuri, spessi e sproporzionati occhiali anni Settanta inizia la sua scalata al potere. Il primo gradino conquistato nel 1981 è quello di presidente. Durante il suo doppio mandato prolungatosi fino al 1989 si ritrova a fare i conti con quello stesso Mir Hussein Moussavi costretto, un quarto di secolo dopo, a unumiliante sconfitta. Quello scontro tra due cariche istituzionali confliggenti è probabilmente allorigine della decisione di Moussavi di trasformarsi decenni dopo nel capofila dellopposizione. Quella stessa ruggine anni Ottanta induce la Suprema guida a negargli qualsiasi possibilità di vittoria. Quegli otto anni da presidente rappresentano lindispensabile delfinato capace di trasformarlo, alla morte del mentore Khomeini, nel suo successore designato. Il difficile inizia allora. Arrivato tutto solo al potere Khamenei deve far i conti con le trame visibili e invisibili del presidente Alì Akbar Hashemi Rafsanjani, convinto da sempre di aver molti più titoli per ambire alla più importante carica del Paese. Così, mentre Rafsanjani si diverte a costruire unalternativa riformista passando lo scettro presidenziale a Mohammad Khatami, Khamenei cerca di resistere conquistandosi la fiducia delle componenti più estremiste del regime.
Khamenei, il grigio numero uno nellombra
Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.