L’«antro» di Emilio Vedova torna a vivere

da Venezia

Lui lo chiamava «l’antro». Chi non ha avuto la fortuna di entrare nello studio veneziano di Emilio Vedova, in Dorsoduro 51, non sa che cosa si è perso. Lì, ai bordi delle Zattere, il pittore aveva recuperato un ex squero del Cinquecento, un tempo usato per la costruzione delle gondole. Pareti sghembe e ondulate, illuminate da ampi lucernari, delimitavano un lungo spazio curvo ritmato da alte e fitte capriate, trasformato in un grande laboratorio che era insieme un percorso artistico e domestico, perché, come in un continuum, a quello spazio Vedova aveva aggiunto la propria abitazione. «L’antro» aveva visto il formarsi di una pittura «spaziale con vista sul mondo»: cicli di opere come Plurimi binari negli anni Settanta, i grandi Teleri degli anni Ottanta, i Dischi, i Tondi, gli Oltre, i Carnevali... che contrassegnarono una vecchiaia tanto operosa quando innovativa sino all’ultimo: Ultranovantenne, l’artista è scomparso nel 2006.
Adesso la fondazione Emilio e Annabianca Vedova, a un anno dall’inaugurazione del museo robotico a lui dedicato, progettato da Renzo Piano al Magazzino del Sale, sempre alle Zattere ospita nello Studio una mostra ricca di opere inedite, incentrata sull’aspetto scultoreo del suo lavoro (da domani al 19 settembre). Curata da Germano Celant (catalogo Skira), la mostra affianca, al Museo Vedova la personale The Fabric Works di Louise Bourgeois, morta proprio tre giorni fa.
«L’antro», dunque, ritorna a funzionare a pieno ritmo. Dotato delle più moderne tecnologie, sarà diviso in una zona archivio-conservazione-restauro, relativa all’opera di Vedova, e una zona culturale particolarmente flessibile per ospitare mostre, conferenze, concerti. Un grande risultato, insomma, per Venezia, e un appuntamento obbligato per il mondo e gli appassionati dell’arte, una scommessa vinta in un momento così difficile di crisi e di incertezza economica.

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