L’idraulico polacco beffa l’Europa Varsavia non sente la recessione

L’idraulico polacco non fa più paura. Non è più il protagonista degli incubi di milioni di europei, terrorizzati dall’invasione di manodopera a basso costo, spaventati dall’allargamento delle frontiere dell’Unione. Il protagonista delle barzellette francesi, britanniche e italiane oggi corre a casa. Già, perché pochi giorni fa il governo di Varsavia ha annunciato che l’economia nazionale è cresciuta nel secondo trimestre del 2009 dell’1,1 per cento. I numeri raccontano una nazione di 38 milioni di abitanti - entrata nell’Unione nel 2004 - che rischia d’essere quest’anno l’unico Paese europeo non toccato dalla recessione in questi tempi di crisi.
Nel 2005, mentre in Francia l’idraulico polacco era al centro dell’accesissimo dibattito francese sul Trattato costituzionale, l’ufficio del Turismo di Varsavia aveva contrattaccato con una pubblicità che oggi, in tempi di crisi globale, mentre Varsavia ha la migliore crescita tra i 27, pare una beffa: un giovane biondo super sexy, in tuta da lavoro e attrezzi d’idraulico alla mano, la maglietta bianca attillata sui muscoli dei bicipiti, sorrideva: «Io torno in Polonia, venite numerosi».
«Siamo un po’ sorpresi che la Polonia abbia tenuto così bene durante la crisi - ha detto Lars Rasmussen, analista della Danske Bank di Copenhagen a Forbes - se riesce a farcela senza essere toccata dalla recessione sarà uno dei pochi Paesi a livello globale ad aver evitato un Pil negativo nel 2009». Il «piccolo miracolo», come lo ha definito il Monde, sembra ancora più incredibile se si pensa alla situazione dei vicini di casa della Polonia: la Lituania ha avuto un declino del Pil del 12,3 per cento nel secondo trimestre dell’anno; Lettonia, Ungheria e Romania sono appese ai piani paracadute del Fondo monetario internazionale. Invece Varsavia cresce, anche se molto meno rispetto al 2008, quando la sua economia saliva del 4,9 per cento. Tiene grazie a un paradosso: ha il vantaggio d’essere il Paese meno aperto dell’Europa centrale. Le sue esportazioni rappresentano soltanto il 40 per cento del Pil. La metà rispetto a nazioni come Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. E mentre il commercio mondiale entrava nella grande crisi, la debolezza polacca si è trasformata in forza, proteggendo il Paese da un duro colpo. Il largo mercato interno, però, ha mantenuto alta la domanda. La nazione resta inoltre un’attrazione per la sua manodopera a basso costo. Attira ancora, nonostante i tempi difficili, investimenti stranieri: nel Paese ci sono Daewoo a Varsavia, la Fiat a Tychy; Dell ha aperto un nuovo stabilimento a gennaio e Ikea inaugurerà un rivenditore in autunno. E la linea di credito di 13,9 miliardi di euro aperta dal Fondo monetario internazionale e i 67 miliardi che l’Unione europea spenderà entro il 2013 rassicurano gli stranieri. La moneta locale, lo zloty, è crollata al momento più opportuno, favorendo le esportazioni. Il recente aumento delle pensioni e i tagli delle tasse sul reddito ha permesso ai polacchi di mantenere costanti le spese. Gli istituti di credito polacchi stanno meglio rispetto a quelli dei vicini, soprattutto quelli baltici, perché, spinti nel 2004 dalla Banca centrale, hanno preso meno rischi.
Stenta a crederci il resto d’Europa, eppure i numeri parlano chiaro: Varsavia ne esce meglio di tutti da questa crisi, almeno per ora. I polacchi infatti mantengono la calma. Piedi per terra per il governo di Donald Tusk: il rischio è dietro l’angolo, ha ricordato il ministro delle Finanze Jacek Rostowski: «Le cifre attuali non significano la fine della crisi».
Non si tratta di eccesso di cautela: la disoccupazione è infatti oltre il 10 per cento e gli investimenti stranieri, anche se ancora presenti, sono comunque più deboli rispetto al passato. E i tagli alle tasse hanno tolto fondi allo Stato. Bruxelles intanto ha dato il suo ultimatum: il deficit pubblico deve scendere sotto il tre per cento del Pil entro il 2012. Per ora, comunque, gli idraulici polacchi e le colleghe infermiere che avevano lasciato il Paese anni fa in cerca di lavoro altrove in Europa, stanno tornando a casa.

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