Dopo l’incoronazione di Bertolaso parte il totonomine per il governo

RomaRiconoscenza verso Silvio Berlusconi, dopo lo stordimento di venerdì per l’annuncio a sorpresa, in quel dell’Aquila. E consapevolezza, metabolizzata al risveglio, di potersi togliere, a prescindere dall’esito finale (vedi necessaria pronuncia del capo dello Stato), un bel sassolino dalla scarpa. Da ministro in pectore, Guido Bertolaso non allarga più le braccia, anzi, pare prenderci gusto. «Sono grato per quello che ha detto il presidente del Consiglio», rimarca il capo della Protezione civile a Firenze, dove riceve il «Gonfalone d’argento». Lesto a rispondere poi per le rime a chi immaginava per lui una batosta dal Cavaliere, per via della polemica a distanza con gli Stati Uniti sulla gestione degli aiuti ad Haiti. «Evidentemente - sottolinea non a caso il sottosegretario - chi pensava che sarei stato degradato per vicende internazionali, ci sarà rimasto male».
Saranno stati forse in molti, nella maggioranza, visto che il suo stretto rapporto con il premier, senza considerare lo strapotere economico-mediatico ottenuto con la gestione delle varie emergenze (rifiuti in Campania e terremoto in Abruzzo), viene spesso commentato con fastidio. Figuriamoci adesso, dopo la promozione annunciata da Berlusconi, da cui si sente «molto lusingato e grato», per un «riconoscimento che deve andare a tutto il nostro straordinario sistema di Protezione civile».
Bisognerà attendere però l’esito delle Regionali, prima che la squadra di governo possa contemplare nuovi dicasteri. E toccherà capire l’aspetto tecnico, oltre che politico, della potenziale nomina di Bertolaso. Da una parte, infatti, il Dipartimento, che risponde direttamente a Palazzo Chigi (fu Gianni Letta, nel 2001, a volerlo), rischierebbe una sorta di diminutio, qualora non venissero prese le contromisure economiche necessarie. Inevitabile, quindi, immaginare un ministero «pesante» alla Protezione civile - sempre che sia quella la delega specifica - con tanto di portafoglio e capitolo di spesa considerevole.
Finora, però, siamo nel campo delle ipotesi. Ma tanto è bastato per riaccendere il dibattito. Chi non vuole sentire nominare il termine «rimpasto» è Ignazio La Russa: «Non se n’è mai parlato - assicura il ministro della Difesa - e il presidente del Consiglio ha sempre sostenuto, io concordo, di avere una squadra formidabile che può essere rafforzata, come è già capitato per il Turismo e la Salute. E che capiterà quando il ministro Zaia dovrà essere sostituito se diventerà governatore del Veneto». In quel caso, qualora non ce la facesse a vincere in Piemonte, potrebbe essere Roberto Cota a prendere il posto del collega leghista.
C’è pure altro, però, nel valzer del toto-nomine. Diverse fonti azzardano un cambio della guardia al ministero dei Beni culturali. Al posto di Sandro Bondi, che rimarrebbe coordinatore del Pdl (forse unico, per dedicarsi così in toto al partito), arriverebbe Giancarlo Galan, il governatore veneto che ha dovuto rinunciare alla ricandidatura per volere di Berlusconi, nell’ambito dell’intesa sancita con il Carroccio. Nessun commento dal Mibac. Bondi fa solo sapere di avere una «sconfinata ammirazione per Bertolaso, che merita quello che ha detto Berlusconi e anche di più».
Ma se la partita sui ministeri è a lunga gittata, potrebbe chiudersi già venerdì quella sui sottosegretari. Lo si intuisce pure dal passaggio formale del premier in Cdm - giovedì scorso a Reggio Calabria - dove ha annunciato la prossima nomina di Daniela Santanchè (allo Sviluppo economico, qualora Stefano Saglia, ex An, traslochi al Welfare) e di «un altro componente». Gli indizi, nello specifico, convergono su Andrea Augello, anch’egli un tempo di via della Scrofa, a lungo tra i papabili candidati alla presidenza della Regione Lazio, prima della convergenza finale sul nome di Renata Polverini.
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