L’India misteriosa di oggi è ancora una colonia inglese

Bombay e Nuova Delhi come Londra. E i casi più scottanti sono affidati a "repliche" di Miss Marple ed Hercule Poirot

L’India misteriosa di oggi è ancora una colonia inglese

C’è un fenomeno sotterraneo che sta dando una piccola scossa al mondo del thriller internazionale e ha già prodotto ottimi risultati sul mercato anglosassone. Sono i «gialli all’indiana», una serie di nuovi mistery che non soltanto ci propongono un’inedita ambientazione esotica contemporanea, ma mettono in scena nuovi eccentrici investigatori alle prese con crimini che possono accadere solo in città come Bombay o Nuova Delhi.

A scommettere su questo genere letterario da esportazione è fra gli altri il diplomatico indiano Vikas Swarup, già autore del fortunatissimo Le dodici domande, dal quale è stato tratto il film pluripremiato agli Oscar 2008 The Millionaire, di Danny Boyle. Swarup non ha scelto a caso il territorio del delitto, per la sua seconda opera, e sin dalla prima pagina del recente I sei sospetti (Guanda) scopriamo che in India «le morti non sono tutte uguali. Persino nell’omicidio vige un sistema di caste. L’accoltellamento di un povero conduttore di risciò non merita più di un trafiletto sepolto fra le pagine interne del giornale. L’assassino di una celebrità, invece, si trasforma istantaneamente in una notizia da prima pagina. Perché è raro che i ricchi e i famosi vengano assassinati». I lettori si trovano così a seguire l’indagine sulla morte del ricco industriale Vicky Rai, assassinato nella sua casa colonica di Meharauli, nei sobborghi di Nuova Delhi. Con precisione chirurgica Swarup racconta l’omicidio, i sospetti, i moventi, le prove e alla fine ci propone la soluzione del caso con tanto di confessione finale del colpevole.

Per lo scrittore indiano è primario mostrare come la vita umana valga così poco nel suo Paese, dove si può esser processati per aver ucciso due cervi neri, e dove le vedove vengono ancora bruciate assieme ai loro mariti. Una nazione dove un ricco ubriaco può tranquillamente investire per strada dei poveracci senza venire nemmeno multato. Un’India dove l’assassinato e ricco playboy Vicky Rai si è potuto permettere di uccidere (facendola franca) una povera barista semplicemente perché si era rifiutata di versargli un drink. A Vikas Swarup, tutto sommato, poco importa di dare un volto all’omicida, perché assassino e barbaro è il sistema che ha permesso di sopravvivere a individui come Vicky Rai. La classe media indiana, che è nel centro del mirino dell’indagine sociologica dello scrittore, dimostra di voler ancor oggi difendere privilegi che paiono inattaccabili e «incurante del livello sempre più basso del tenore di vita, indifferente alla difficile condivisione dei poveri, si abbandona a un consumismo rampante una nazione di voyeur, drogata di insulse soap opera che hanno per protagoniste suocere intriganti e casalinghe tribolate e che si ciba della carcassa delle sventure altrui, sbavando di fronte al fallimento dei matrimoni delle celebrità, sbalordita dalle sfarfallanti immagini televisive di politici immortalati mentre accettano bustarelle».

Meno arrabbiata e sicuramente più legata alla letteratura di pura evasione è invece la scrittrice e medico Kalpana Swaminathana, già ribattezzata dai media «l’Agatha Christie indiana». Un’appassionata tessitrice di trame gialle che con Sapori assassini a Bombay (Kowalski) ci propone la prima indagine di Miss Lalli, un’arzilla zietta di sessantatré anni con «un viso da attrice, rugoso, intenso, espressivo». L’acuta osservatrice e impertinente ficcanaso Miss Lalli si diverte a fare da consulente pettegola alla Omicidi di Bombay e convive con una distratta nipote aspirante scrittrice che è la voce narrante della storia. Come in una classica partita a Cluedo, l’eroina tratteggiata da Kalpana Swaminathana dovrà risolvere l’omicidio di «un cuoco che sapeva troppo» avvenuto in un’isolata villa flagellata da un terribile monsone dove si sono radunati, non casualmente, «undici piccoli vip indiani». Miss Lalli è una credibile emula di Miss Marple e la scrittrice indiana si diverte molto a mostrarci il lato culinario della sua terra, oltre a quello delle danze e dei gran galà ai quali volentieri partecipa la ricca società locale.

Molto vicino a Hercule Poirot risulta immediatamente, per stazza e fisionomia, ma anche per la passione per il cibo e l’idiosincrasia per il suo medico (che lo vorrebbe mettere a dieta a causa del diabete) un altro simpatico detective: Vish Puri. È il direttore dell’Agenzia Investigatori Privatissimi Ltd di Nuova Delhi ed è stato creato dallo scrittore e giornalista londinese Tarquin Hall. La sua prima avventura, Vish Puri e il caso della domestica scomparsa (Mondadori) proprio in questi giorni è oggetto di una serrata campagna di lancio in Italia che sta già dando i primi frutti al botteghino. In una capitale indiana supertrafficata e piena di immondizia, il sempre affamato Vish Puri, abituato a occuparsi di infedeltà coniugali, toccherà con mano le condizioni di vita delle donne del suo Paese che spesso, ancora oggi, sono costrette ad accettare la pratica dei matrimoni combinati. Ad accompagnarlo nelle indagini sono assistenti improbabili dai colorati soprannomi come «Luce al Neon», «Sciacquone», «Freno a Mano», «Zerbino», «Crema da Viso» che spesso rubano la scena al protagonista. Un eroe che riesce sempre con un sorriso a non farsi sopraffare dalla povertà e dalla violenza che lo circondano, trovando nell’acuta saggezza e nel saporito cibo indiano il suo karma.

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