L'«isola santa» che riportò la cristianità in Britannia

Lontana dal mondo e terra di santi che conserva un grande tesoro: l'evangeliario del VII secolo

Lucia Galli

da Lindisfarne (GB)

Quando spunta dai finestrini del treno, i passeggeri capiscono se è la prima volta che la vedi. Fanno spazio allo stupore, te la indicano col dito e - con quell'inglese che già arrota la erre come nella Scozia che sta poco oltre - ti esortano a guardare. E a vedere la differenza: «Altro che Mont Saint Michel!». Questa sì che è un'isola. Vera, estrema, così vicino alla costa da essere lontanissima dal mondo. Così remota sulle mappe da essere stata centralissima in tanti capitoli di storia antica. Ecco Lindisfarne, la Holy island del medioevo e il surrogato più completo di quello splendido isolamento che gli inglesi van cercando da sempre, «Non capendo che qui la brexit l'abbiamo già adottata da tempo», ironizza Mary del National Trust, indicando un cartello con gli orari. Sono quelli delle maree che, due volte al giorno per otto ore, fanno da sempre un gran regalo ai 160 abitanti di questo scoglio. «Non sgarrate, anche se sapete nuotare bene», avverte lei. Il mare qui non scherza: in pochi minuti comincia a gorgogliare, sembra quasi friggere sul fondale di fango, prima di sommergere tutto. Per questo i bus si fermano in un punto imprecisato della costa, noto solo agli habitué che è meglio non perdere di vista nell'escursione. Da li, infatti, si prosegue solo a piedi e dalla vicina Berwick upon Tweed lo struscio domenicale più ambito prevede di armarsi di galosce e racchette e camminare in questo mare ancora bambino. In auto, invece, un nastro d'asfalto incerto conduce all'isola, allargandosi solo a una piccola palafittache indica la metà del percorso, ma che non potrebbe contenere tutti quelli che han sbagliato conti e orari.

«La marea qui plasma anche i nostri sentimenti», dice Elga da uno dei pub dell'isola. «Quando sai di avere poco, te lo fai bastare come fosse tutto». Eremiti due volte al dì, ironici h24 e soprattutto fieri sempre del loro passato. Questa è l'isola di Aidano, che arrivò qui nel 635 d.C. dalla Scozia per fondare uno dei monasteri più importanti d'Europa. Questo fu il buen retiro di Cuthbert, santo fra i santi, per gli inglesi, una specie di san Francesco ante litteram, per noi. Voleva solo pregare, parlava agli uccelli, viveva in simbiosi con le foche che ancora, talvolta, si asciugano pigre sulla rena dell'isola. Invece dovette accettare di fare il vescovo e rinsaldò il legame con la Chiesa di Roma. Gli si attribuiscono molti miracoli, ma non scrisse nulla e solo alla fine dei suoi giorni tornò qui per stabilirsi sullo scoglio più brado di Lindisfarne. Mandò segnali di luce ogni giorno ai suoi monaci. Quando non ne arrivarono più, loro capirono. Oggi è sepolto in pompa magna, nella cattedrale di Durham, accanto al padre della storia inglese, quel venerabile Beda che ne narrò vita e mirabilia, ma il suo spirito semplice e grandioso aleggia ancora qui. Te lo spiegano in un museo bellissimo e vuoto. O meglio, pieno di riproduzioni di tutto ciò che fu prodotto qui in passato, a partire dall'evangeliario di Lindisfarne, manoscritto che risale alla fine del secolo VII e, fra miniature, lettere maiuscole e perfette, e ben quattro nuance di blu, è un tesoro che altri hanno solo potuto imitare. «Siamo noi ad aver salvato e tramandato la cultura cristiana dell'Europa mentre il mondo si disgregava». E da qui partì anche l'evangelizzazione della Britannia, sprofondata nel paganesimo dopo la caduta dell'impero romano. Buffo che tutto sia accaduto qui, un'isola nell'isola che ora guarda sorniona la madre patria annaspare fra i flutti e i dubbi di un nuovo appuntamento con la storia. Oltre il museo e l'abbazia morsicchiata dai secoli, ecco uno dei cimiteri più «romantici» nel senso più britannico della parola: dalle tombe in arenaria rossa si vedono il mare e il castello che si attorciglia verso l'infinito, come un'onda impetuosa ferma nel tempo. Lo costruì Enrico VIII quando decise di smantellare il monastero, ma soprattutto la memoria cattolica dell'isola santa. «La prima cosa gli riuscì bene. La seconda per nulla», ti ricordano all'ingresso. Nel secolo scorso il castello fu acquistato dal magnate dell'editoria inglese Edward Hudson, quello del celebre Country life. Poi arrivò un banchiere che amava tanto i tramonti struggenti quanto Chopin e il porto vintage.

Oggi è il mare la vera ricchezza della gente di qui: giù al porticciolo si fa di necessità virtù. Le barche vecchie sono finite capovolte a ospitare i pescatori. Un po' magazzino, un po' riparo per l'attesa perché qui si pesca quando si può. Con la bassa marea le navi restano in secca e si sdraiano al sole. «Il mare non ci ha mai traditi», spiega Sam, permettendo di dare una sbirciatina al suo camion che si fa strada nelle sabbie di questo mare mobile. Granchi, aragoste, frutti di mare: le nasse sono piene, tutti i giorni. In paese il piatto tipico, infatti, è il crab sandwich, buonissimo con e senza salse. Ma il pescato grosso finisce sulle tavole del porto vecchio di Edimburgo. «Vendiamo pesce agli scozzesi e storia, leggende e santità a tutti gli altri», spiegano nell'unico hotel dell'isola. «Da noi non è previsto il no deal: per chi vive di isolamento arrabbiarsi per andarsene è un no sense». Qui ci si limita a guardare l'orologio e affrettare il passo. Tra poco arriva il mare e i gorghi grigi. E con quelli un accordo occorre trovarlo per forza.

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