L’Italia liberale s’è mesta I nostri storici la snobbano

Quando, il 20 novembre 1918, a guerra ormai conclusa (e vinta) la Camera riprese i suoi lavori, la voce di Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, si levò, stentorea, nell’aula per salutare la fine di un conflitto che era stato «la più grande rivoluzione politica e sociale» della storia. E per ricordare che il momento attuale esigeva «una disciplina certamente non minore» di quella richiesta in periodo bellico perché, ora, tutte le energie del paese dovevano essere rivolte a un compito difficile, quello di un «più ordinato riflusso di milioni di uomini dalle opere di guerra alle attività di pace». Quel discorso commosse i presenti e suscitò molti consensi. Non poteva essere altrimenti perché Orlando era un grande oratore e godeva fama di saper commuovere e trascinare le moltitudini. E del resto questa sua capacità oratoria - della quale egli, celiando, si sarebbe schermito negli anni avvenire sostenendo che finiva per mettere in ombra le sue doti più importanti - si era rivelata utile nel momento più drammatico della guerra.
Vittorio Emanuele Orlando, infatti, chiamato a guidare il governo dopo il traumatizzante disastro di Caporetto era stato l’animatore instancabile della riscossa, aveva percorso in lungo e in largo l’Italia pronunciando dappertutto discorsi infiammati e trascinanti. Era diventato, insomma, il «presidente della vittoria». E questa immagine, trasformata in icona, si sarebbe accompagnata, negli anni successivi - quelli della crisi del dopoguerra, del fascismo, della Costituente e del post-fascismo - al suo nome, come a quello di uno dei «grandi» dell’Italia liberale.
Eppure - come per altre importanti personalità di quel periodo (viene subito alla mente Antonio Salandra) - la storiografia non è stata molto generosa con lui. Non ne sono state scritte biografie esaustive e non ne è stato nemmeno ricordato il 150° anniversario della nascita, avvenuta a Palermo il 18 maggio 1860, pochi giorni dopo lo sbarco dei Mille: e meno male che, nel 2002, in occasione del 50° anniversario della morte qualche cosa - la pubblicazione dei Discorsi parlamentari, una mostra documentaria in Senato e l’emissione di un francobollo commemorativo - venne fatta.
L’odierno oblio italiano è stato, però, riscattato dalla pubblicazione in Gran Bretagna di una bella e sintetica biografia dal titolo Vittorio Emanuele Orlando (Haus Publishing Ltd, pagg. 304, sterline 12,99) scritta - per una collana di profili dedicati ai «Makers of the Modern World» e, in particolare, ai protagonisti delle conferenze parigine della pace del periodo 1919-1923 - da un importante ed equilibrato studioso americano dell’università di Boston, Spencer M. Di Scala, specialista di storia italiana ed europea del secolo ventesimo. Secondo il progetto editoriale e in linea con le finalità della collana, l’autore avrebbe dovuto privilegiare il ruolo svolto da Orlando a Parigi, illustrare il conflitto con Sidney Sonnino sulle richieste dell’Italia al tavolo dei negoziati e spiegare infine le motivazioni, la logica e le conseguenze del clamoroso abbandono, da parte della delegazione italiana, del tavolo delle trattative.
In realtà, Di Scala, pur trattando di tutto questo, ha preferito cogliere l’occasione per tentare di offrire un profilo, a tutto tondo, di Vittorio Emanuele Orlando nella giusta presunzione che la sua biografia politica e intellettuale sia emblematica per spiegare la crisi dell’età liberale in Italia, l’avvento del fascismo, ma anche il trapasso dalla Monarchia alla Repubblica e le modalità attraverso le quali si giunse alla costruzione di una democrazia che di fatto, e contro il parere di Benedetto Croce e dei moderati liberali che a lui facevano riferimento, volle segnare una soluzione di continuità con l’Italia prefascista.
Educato nel culto di un patriottismo di tipo risorgimentale, Vittorio Emanuele Orlando si era caratterizzato - anche come studioso di diritto costituzionale e amministrativo - proprio per il suo profondo senso dello Stato, al punto da elaborare una teoria del diritto pubblico, che, pur in linea con i canoni della tradizione giuspubblicista liberale europea, era tutta fondata sull’affermazione della personalità giuridica e sulla centralità dello Stato. Questa posizione intellettuale spiega il motivo per il quale egli - legato, come parlamentare, alle posizioni di Giovanni Giolitti e pur non mostrandosi un acceso interventista - avesse finito per condividere appieno, quale ministro di Grazia e Giustizia nel gabinetto Salandra, la responsabilità dell’entrata in guerra dell’Italia e si fosse, poi, trovato a guidare la riscossa nazionale per la vittoria. Ma spiega pure, e soprattutto, il suo atteggiamento (e quella di tanta parte del liberalismo intellettuale e politico dell’epoca, a cominciare da Antonio Salandra e Gaetano Mosca, per non dire dello stesso Croce) nei confronti dell’avvento del fascismo. Almeno fino al delitto Matteotti la posizione di Orlando - il cui nome, per inciso, era stato preso in considerazione nel 1922 per guidare un gabinetto di unione nazionale - fu sostanzialmente favorevole al fascismo nella convinzione che Mussolini fosse in grado di rispondere alla diffusa richiesta di rafforzamento dell’esecutivo di fronte a un Parlamento ormai ingovernabile. E ciò anche se taluni atteggiamenti del capo del fascismo - a cominciare dal celebre «discorso del bivacco» nel quale egli vide un insulto al Parlamento - lo irritarono profondamente fino a fargli ventilare l'ipotesi di rassegnare le dimissioni da deputato.
Al fascismo, del quale egli divenne un oppositore e contro il quale auspicò in più occasioni e in più momenti storici, l’intervento del Re, Vittorio Emanuele Orlando imputava soprattutto il fatto di avere distrutto quella classe politica liberale, che aveva fornito prove indiscutibili di moralità e di costume politico e che era stata all’origine delle fortune storiche del Paese e dello stesso processo di unificazione nazionale. E, ancora, imputava - com’ebbe a dire nel discorso inaugurale della Costituente - di aver fatto tabula rasa di tutte le istituzioni dello Stato liberale.
Quando, crollato il regime, nella Roma liberata, aveva ripreso a far politica, Orlando - che era stato uno dei ministri più giovani della storia politica nazionale - era ormai anziano, un mito quasi, considerato una autorità indiscussa nel campo del diritto costituzionale. Era particolarmente apprezzato dal Sovrano e dalla sua Corte: i diari del ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, danno conto della stima che circondava il «grande saggio», ma anche delle antipatie, delle gelosie, delle diffidenze che, soprattutto, certi ambienti della sinistra (e non solo della sinistra) nutrivano nei suoi confronti. I quali, alla fin fine, ebbero buon gioco nell’escluderlo dal potere in base alla argomentazione che lui - come Nitti e come Croce - rappresentava l’Italia che fu e non l’Italia dell’avvenire.

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