L’obesità addominale moltiplica il rischio d’infarto del miocardio

Ignazio Mormino

Il concetto di obesità non cambia, si arricchisce. Chi vuole essere aggiornato deve parlare di «obesità addominale», che è poi il cosiddetto girovita del linguaggio sartoriale. Il medico di famiglia deve comprare un metro e misurare il girovita di tutti i suoi malati: perché, come sostiene (con un’impressionante documentazione) il professore Michele Carruba, «l’eccesso di tessuto adiposo all’interno dell’addome si correla con un maggiore rischio di patologie cardiovascolari». Carruba, che è cattedratico di farmacologia a Milano e presidente della Sio, Società italiana dell’obesità, ha ripresentato quest’equazione illustrando i risultati dello studio «Idea», un trial colossale condotto su 180mila soggetti di entrambi i sessi (età compresa tra i 18 e gli 80 anni) in tutti i continenti, dalla Scandinavia all’Africa subsahariana. In Italia, proprio Carruba ha coordinato i risultati ottenuti su 7.500 soggetti dai rispettivi medici di famiglia.
Per comprendere l’importanza di queste nuove «misurazioni» bisogna partire dai valori cosiddetti normali: 102 centimetri per i maschi, 88 per le femmine. Sono a rischio tutti coloro che vanno oltre. Il rischio è notevole: da sola (quindi senza ipertensione, diabete ad eccesso di colesterolo) l’obesità addominale è responsabile di un infarto su cinque. Se l’aumento del girovita supera i quindici centimetri, il rischio-infarto cresce fino al 40 per cento.
Allarme, dunque. Correte a fare i controlli e provvedete (se è necessario) a dimagrire. Come dice argutamente il professore «perché gli italiani si preoccupano del diabete o dell’ipercolesterolemia e non dell’obesità?». Rimedi? Lo studio «Rio» ha dimostrato che un nuovo principio attivo (nome chimico: rimonabant) elimina i fattori di rischio cardiovascolari, riducendo di 8-9 centimetri, in pochi mesi, la circonferenza addominale e ridando benessere.

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