L’ODIO IN REDAZIONE

Può un giornalista, dal direttore in giù fino all’ultimo dei praticanti, credere che riferendosi alle escort il Papa abbia esclamato: «Silvio, ora basta!»? Che abbia detto, sempre parlando di Berlusconi: «Mi aveva promesso politiche per la difesa della famiglia, poi ho scoperto che la famiglia era la sua e quella di suo fratello Paolo»? E che tutto ciò finisse virgolettato sulla prima pagina dell’Avvenire, il quotidiano della Cei, l’assemblea permanente dei vescovi italiani? Una prima pagina così avrebbe fatto il giro del mondo nei due sensi, almeno. Una prima pagina così sarebbe stata riprodotta in tutte le salse dai quotidiani e sparata in video dai telegiornali. Avrebbe dominato il dibattito politico - dipartimento «questione morale» -, avrebbe mandato in fibrillazione la società civile e indotto La Repubblica a diffondere una edizione straordinaria su carta filigranata con fregi in oro zecchino. Questo lo capirebbe anche il più sprovveduto uomo della strada. Questo, in verità, lo capirebbe al volo qualsiasi giornalista. A meno di non essere accecato dall’odio e di aver scelto di coltivarlo, l’odio, di alimentarlo e di renderlo contagioso. Ciò che avviene alla Stampa, storico quotidiano di Torino. Che nella edizione di ieri dedicava due pagine al «caso Berlusconi» illustrandole con uno «strappo», come si chiama in gergo, della prima pagina dell’Avvenire dominata dal titolone: «Il Papa a sorpresa: “Silvio, ora basta!”». Preceduto da quel canzonatorio «occhiello» sulla difesa della famiglia.
Un falso, inutile precisarlo. Un falso pescato, magari senza iniziale malizia, nel mare magnum di Google-immagini, ma da tutti preso, immaginiamo con quale entusiasmo, per buono, preso per autentico. Accecati dall’antiberlusconismo viscerale, esaltati dalla corsa a superare Repubblica nella character assassination, nel sistematico scempio della reputazione di Silvio Berlusconi, la direzione della Stampa non si è chiesta: ma quand’è che Papa Ratzinger se ne è uscito così? Non ha nemmeno battuto ciglio sulle incongruenze tecniche di quella finta prima pagina: la data del 5 maggio del 2007, di molto precedente al «caso» Noemi e un «catenaccio», sorta di breve sommario, che invece di riferirsi, come è la norma, al titolo e cioè alla invettiva papale, dava conto del crollo delle borse europee. Facevano festa per la trouvaille, la mente stava altrove. Non staremo a ricordare le lezioni sulla completezza e correttezza dell’informazione, sulla obiettività e indipendenza di pensiero come discrimine fra il buono e il pessimo giornalismo con le quali La Stampa ci ha alluvionato. Né dello sbandierato «giornalismo anglosassone» - le informazioni separate dalle opinioni, la notizia controllata almeno tre volte - del quale i colleghi della Stampa affermano da sempre d’essere i più genuini interpreti. Che fosse aria fritta, frittissima e sommamente ipocrita lo si era capito da subito. Arduo da immaginare era invece fino a che punto potesse degradare il mestiere di giornalista quando suggestionato da quel misto di malanimo, di disprezzo e di accanimento che finisce, se non opportunamente governato dall’intelligenza, nell’odio. Ora lo abbiamo sott’occhio: al punto in cui non è più la verità che conta (non parliamo poi della deontologia!), ma il nudo e crudo annichilimento del destinatario di quell’odio, ottenuto ricorrendo a qualsiasi gaglioffata, al più sleale dei colpi bassi.
Lascia solo un po’ disorientati che un esempio così palese del sonno della ragione, del gioco sporco, della mascalzonaggine intellettuale venga da un giornale diretto da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi. Egli, difatti, dovrebbe saper bene quale ne sia la caratura etica e dove conducono le orchestrate campagne d’odio che procedono per isterismi, per rabbiosi luoghi comuni, per falsi teatrali e carte truccate nel mazzo. Egli più d’ogni altro.

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