"L’opera sacra sul tetto del Duomo sarà una magia"

L’artista con EveryMan inaugura stasera a Milano una serie di eventi straordinari. Atteso anche Carreras

"L’opera sacra sul tetto del Duomo sarà una magia"

In fondo sembrerà un quadro rinascimentale: Angelo Branduardi stasera canterà tra le guglie del Duomo di Milano alcune parti della prima mondiale di Everyman, l’opera sacra scritta da Maurizio Fabrizio ispirandosi a un Oratorio del Quattrocento (altre parti saranno affidate a Mango e alla bravissima Laura Valente). Sarà, si capisce, un concerto di livello assoluto anche perché l’Orchestra dei Musici della Veneranda Fabbrica del Duomo e il Coro della Cappella Musicale sono una garanzia di qualità rimasta cristallina alla faccia del tempo che passa. E l’ambiente, quello si può immaginare: spettacolare. «Saremo a settanta metri di altezza», se la gode Branduardi, sessant’anni decorati dal solito invidiabile casco di capelli, uno dei rari musicisti italiani che non ha mai smesso di suonare musica amandola nel modo più nobile: con lo studio senza barriere, liberamente.

Allora Branduardi, bisogna ammettere che le piacciono le sfide.
«Mi concedo il lusso di fare altra musica da quella che esce da Amici o da X Factor».

Che fa, polemizza?
«Tutt’altro, nessuna polemica. Faccio semplicemente altre cose».

E stasera?
«Sono soltanto interprete. Inizio con un’introduzione che è una musica liederistica di stampo pucciniano o straussiano. Poi canterò ancora una ballata».

Come sarà?
«Ho naturalmente ascoltato l’Oratorio del mio caro amico Maurizio Fabrizio. È molto ardito, ci sono salti di tonalità davvero importanti».

D’altronde lei ha dimostrato di non avere frontiere.
«Diciamo che la mia base di pubblico è la cosiddetta nicchia».

Oggi «nicchia» è una parola che terrorizza qualsiasi discografico.
«Ma la nicchia è bellissima. Nel mio caso, essendo uno dei pochi con un seguito internazionale, riesco a giocare su più tavoli. Con il risultato che ho la stessa quantità di pubblico di una superstar che non si muove dall’Italia».

Lei si muove anche avanti e indietro nel tempo.
«Già, ho questa vita parallela di musicista rinascimentale con la collana di incisioni che si chiamano “Futuro antico”».

Appunto: stasera sarà una scena quasi rinascimentale.
«E poi vorrei aggiungere una cosa: sta tornando la committenza proprio come in quei tempi».

Ossia i mecenati che investono sull’arte.
«Se non ci fosse stato Giulio II, probabilmente Michelangelo non avrebbe potuto dipingere la Cappella Sistina. E diciamo che la Chiesa sta tornando a svolgere di nuovo il ruolo importantissimo di committente, anche sotto il profilo musicale come per questo concerto. In fondo, se non ci fossero stati i committenti ecclesiastici, la musica europea non avrebbe avuto lo sviluppo che invece conosciamo».

Caro Branduardi, con i suoi concerti di musica rinascimentale lei ottiene sempre più successo.
«Mi viene in mente quello che abbiamo fatto al Carnevale di Roma, con migliaia di persone sotto l’acqua che ballavano e battevano le mani».

Persino Ritchie Blackmore, uno dei chitarristi rock più famosi di sempre, adesso suona musica rinascimentale.
«E c’è la possibilità che collaboreremo in futuro. Siamo pronti a farlo».

Ci sono due grandi tipi di musica: quella legata alla cronaca e quella trascendente.
«Io non sono un cronista. Sono quello che spia dall’altra parte della porta chiusa».

Lo fa da sempre.
«Non credo di aver subito rivoluzioni. Magari ho attraversato un’evoluzione e, di sicuro, spero di non esser caduto in una involuzione. E sono ancora abbastanza matto da continuare a scrivere musica».

Com’è quella che si sente in giro?
«Io abolirei l’Mp3 per regio decreto: rovina la qualità del suono. In ogni caso credo che la creatività popolare sia inversamente proporzionale alla alfabetizzazione musicale».

Ossia?
«Più sei bravo e meno cresce il pop».

Ma la sua «Alla fiera dell’est» è uno dei brani più importanti della musica leggera italiana.
«E io sono felicissimo di averla scritta. I bambini a scuola la cantano senza neanche sapere chi è l’autore. Sento di essere entrato nella storia senza neanche passare dalla cronaca».

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