Cultura e Spettacoli

Le lacrime per Jackson: è l'addio al "Re del pop"

Los Angeles si ferma per i funerali. Un miliardo di fan davanti alla tv per la cerimonia

Le lacrime per Jackson: 
è l'addio al "Re del pop"

Los Angeles - Non è vero che si canta con la voce. Basta un’immagine sullo sfondo di un palazzetto dello sport trasformato in camera ardente, basta l’ondeggiare di una folla mai vista per uno show mascherato da funerale. Suona tutto, Jacko. Il movimento, la coda, le teste che oscillano, le mani che si alzano, le lacrime che scendono: è musica senza voce del concerto senza cantante. L’ultimo passo di Michael Jackson è questo spettacolo che le tv trasmettono in diretta per sei ore e che qui sulla strada sembra una fiera dell’impossibile, della vita e della morte, della musica e del business, della tristezza e della felicità. C’è chi piange e chi ride perché ha il biglietto tra le mani. C’è chi urla entrando nello Staples Center perché ha messo un piede nella storia. Aspettano tutti Michael che adesso è quell’ologramma che si muove costantemente sui monitor. C’è anche se non c’è. Arriva con gli onori della star che è stato, con un corteo da visita presidenziale, con la folla divisa ai margini della strada per far passare il convoglio. Silenzio e rumore. Michael arriva. Ma arriva morto. Arriva in una bara che luccica come la corona di un Re. Così lo chiamano tutti: The King. Dicono siano 250mila persone qui fuori, poi altre ventimila dentro. Michael arriva seguito da parenti chiusi nei loro pick-up neri che seguono il feretro milionario di una star diventata squattrinata.

Chi c’è dentro quella bara? L’ultimo mistero di questa storia misteriosa è sigillato in questa scatola di oro e diamanti: la folla ha voluto il corpo, il cadavere da omaggiare. Sanno che la bara resterà chiusa e allora i blogger scatenati che in questi giorni hanno raccontato qualunque cosa, fosse vera o falsa, fosse confermata o inventata, adesso dicono e scrivono che dentro non c’è nessuno: «L’hanno seppellito stamattina». Ci saranno altri retroscena, domani. Altre persone pronte a dire che è già stato cremato, o ibernato, o qualunque altra cosa. Un amico della famiglia, qualcuno di quelli che ha avuto accesso alla funzione privata dentro il cimitero delle star, il Forest Lawn, a Hollywood. È da lì che parte il corteo, la processione pomposa di megasuv con vetri oscurati che porta la famiglia di Jacko allo Staples Center.

Los Angeles si ferma a guardare: una città abituata a tutto, alla morte di un candidato presidente come Bobby Kennedy, alle Olimpiadi da guerra fredda, agli scontri razziali di fine anni Ottanta, al rito annuale della notte degli Oscar, stavolta sembra stordita, inebetita da uno spettacolo che finora non aveva mai visto. Uno show nuovo, perché la star non si vede. E questa è la città dove anche i film sembrano reali. Invece lui è solo nell’aria, nelle immagini, nelle magliette che sventolano ovunque: dieci dollari per il memorabilia dell’oltretomba. Gente, gente, ancora gente.

Duecentocinquantamila? Sembrano il doppio, forse lo sono. I cappelli di Jacko, le giacche di Jacko, le scarpe di Jacko. Ci vogliono diecimila agenti sulle strade e non bastano ancora se il capo della polizia dice: «Non ho mai visto una cosa del genere negli ultimi venticinque anni, dalle Olimpiadi del 1984». Dalle 8 di mattina hanno chiuso il traffico della freeway più trafficata d’America, la 110. Nell’altro senso di marcia le auto di fermano per assistere a un pezzetto di spettacolo. Le moto della polizia anticipano il carro funebre come se dentro ci fosse un’autorità. C’è il corpo di un uomo sbagliato che ha fatto sentire tutti migliori. Questa folla l’ha pensato e ora non lo fa più, perché Jacko è morto e la morte cancella errori e sospetti. Allora tutti a guardare quella bara e alla fine non importa se Jackson ci sia o no: conta l’idea che ognuno di questi fan o pseudo fan si fa. Lo dice questo sosia di Michael che si mischia a tutti gli altri sosia venuti qui per un pezzetto di celebrità, per un’inquadratura della Cnn: «Lo stanno portando qui per noi, perché noi possiamo salutarlo e quella bara significa che lui è con noi». La realtà un dettaglio trascurabile, perché qui non c’è voglia di giustizia o di verità. La gente che è venuta a salutare Jacko vuole musica. Gliela danno in questo concerto che sembra uguale a tutti gli altri: il rito del biglietto, quello dello zaino ispezionato, quello della bottiglia d’acqua prima dell’ingresso, quello delle magliette vendute e degli adesivi regalati, quello dell’attesa fuori dal palazzetto. C’è questa ragazza, Josie Anderson, che è arrivata dalla North Carolina, quattromila chilometri più a est. C’è il gruppo di ragazzi che arriva da Kyoto senza avere la minima possibilità di entrare. Ci sono brasiliani, inglesi, australiani, c’è una signora con la bandiera del Galles sulle spalle, c’è un giovane spagnolo incontrato in aereo che ha appena pagato cento dollari per un biglietto falso. Dicono tutti che Michael li ha ispirati. È il loro messia laico. E quando comincia la celebrazione loro rimangono fuori ad ascoltare un suono attutito, ma percettibile. Non si può non esserci a questo concerto. Il primo o l’ultimo, questo è un altro dettaglio personalizzabile. Allora si balla sulla morte, si canta sul cadavere, si applaude sul commiato, si lucra sull’aldilà: c’è chi ha stimato una giornata da 5 milioni di dollari.

Bisogna esserci e l’America c’è. Col mondo che la guarda, perché tutti qui ripetono di bocca in bocca che c’è un miliardo di persone collegate davanti alla tv. Lo show è collettivo e infinito. L’evento kolossal. Jacko è l’unico protagonista inconsapevole. Il reverendo Jesse Jackson, Kobe Bryant, Magic Johnson e le altre celebrità invitate posano davanti al totem con l’immagine di Michael: un sorriso per la stampa. E sorridono. Il tappeto rosso della fine. Un’altra foto, perché all’interno non possono esserci flash. Dentro c’è il messaggio di Mandela, poi l’ingresso della bara con sei tra fratelli e amici in guanti bianchi che la baciano uno a uno, unici commossi in un posto dove tutti aspettano solo che cominci qualcosa. E comincia: c’è Mariah Carey che comincia a cantare e dopo di lei tutti gli altri. Lionel Richie e Stevie Wonder che stona piangendo. Musica per lui, musica per tutti, musica gratis che domani farà diventare ricchi i manager di Jacko e ripianerà tutti i debiti della star. È il concerto senza protagonista. Fuori ancora la gente, in una città che sembra uno stadio aperto. In certi punti non si vedono i cartelli stradali. La polizia lascia fare, perché non c’è niente di scomposto. È il paradosso di questa giornata piena di eccessi e che fuori, dove gli eccessi potrebbero stare, invece è quasi sobria. Si muovono, si appoggiano, si accartocciano, si allungano, allungano il collo per vedere qualcosa di invisibile. I fan coi guanti paiettati di Jackson s’aggrappano anche alle antenne per guardare meglio, che cosa non si sa. Qui basta ascoltare. Lui e la figlia Paris in lacrime alla fine: «È stato il migliore dei padri». Poi fuori a guardare i cartelli che spuntano uno dietro l’altro: «È finito Jacko, non è finita la sua musica». Chiunque ci sia o non ci sia in quella bara, adesso è lui. E qui non sembra neanche morto.

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