L'acuta arte dei "tramandi" del "prof" Arcangeli

Critico grandissimo, sapeva trovare affinità al di là dei secoli, come fra Mondrian e Piero

Non sarei quello che sono senza aver avuto maestri che mi hanno fatto vedere il mondo con la loro ragione e con i loro occhi. Mio zio Bruno Cavallini, per la letteratura e la poesia. Francesco Arcangeli, per la storia dell'Arte. Il loro pensiero dominante era formare, fare, capire, insegnare ai giovani.

Lo intende, con grande precisione Frederich Nietzsche: «Chi è fondamentalmente un maestro prende sul serio ogni cosa soltanto in relazione ai suoi scolari perfino se stesso».

Francesco Arcangeli (Bologna, 10 luglio 1915 - Bologna 14 febbraio 1974) è stato storico dell'arte e poeta. Laureato nel 1937 con Roberto Longhi, gli successe nel 1967 nella medesima cattedra di Storia dell'arte, all'Università di Bologna. Indirizzò la propria ricerca verso due direzioni: l'arte contemporanea (con importanti studi sul Romanticismo inglese e tedesco, Morlotti, Morandi, Mandelli), e l'arte moderna bolognese ed emiliana. Diresse dal 1958 al 1968 la Galleria d'arte moderna (Bologna), arricchendola, anche grazie alla consulenza di Mario De Micheli e Antonello Trombadori, di opere di artisti bolognesi (soprattutto Giorgio Morandi), italiani e internazionali.

Memorabile anche la organizzazione delle mostre sui Carracci (1956) e sulla pittura del Seicento emiliano (1959), entrambe a Bologna. Come della più personale Natura ed espressione nell'arte bolognese ed emiliana del 1970.

Della sua opera poetica si ricordano le raccolte Polvere del tempo e Incanto della città, con una testimonianza di Attilio Bertolucci. Come critico letterario pubblicò il saggio introduttivo a La linea d'ombra di Joseph Conrad, uscito per Bompiani nel 1963.

Il suo metodo come storico dell'arte è illustrato nelle dispense universitarie, trasferite dal primitivo ciclostile a una sobria riproduzione a stampa, voluta dall'Accademia Clementina con il Dipartimento delle Arti visive della Università degli Studi di Bologna, e pubblicate il settembre scorso dal Mulino col titolo Dal Romanticismo all'Informale. Lezioni 1970-1973. In quelle parole emozionanti, pronunciate nell'aula semibuia dell'Istituto di Belle Arti in via Zamboni, a Bologna, nei primi anni Settanta, Arcangeli raccontava esperienze ed emozioni. Non spiegava esibendo erudizione e dottrina, ma invitava a fare un viaggio nel tempo portando la storia nel presente, con una immediatezza e una seduttiva forza di persuasione. Il tema era «Dal Romanticismo all'Informale» (che è anche il titolo della raccolta di tutto i suoi saggi di arte contemporanea pubblicati postumi da Einaudi, in due volumi, nel 1977), e rovesciava le facili e prevalenti suggestioni dell'impressionismo francese, indagando gli spazi infiniti di Turner e di Frederich, e quel «sublime naturale» che è l'equivalente della poetica leopardiana, dall'Infinito fino a La Ginestra. Ecco l'incipit: «... il Romanticismo non è il sentimento o non è soltanto il sentimento: è qualcosa di ben più profondo e sconvolgente. Sì, da tempo io avevo avuto i miei avvertimenti ma riguardavano piuttosto la musica o la letteratura. Fu una volta al Teatro Verdi (dove ora è il cinema Capitol), il pianista era famoso, e si chiamava Walter Gieseking. Eravamo nel 1942, Gieseking suonava Schumann, un musicista che fino a quel momento era rimasto per me chiuso, non comunicante, noioso. Ma da quando il pianista mise le mani sul pianoforte per tracciare i primi profondi sconvolgenti accordi della Quinta Sonata, Schumann divenne per me, anche più di Beethoven e dello stesso Chopin, e mi parve che... Romanticismo fosse struggimento, senso dell'inafferrabile, della distruzione di ciò che sembra certo: una cosa, ad un tempo, terribilmente cosmica ed esistenziale».

Mentre ci avviava a una conoscenza più approfondita dello spirito del Romanticismo, con una capacità di sentire i tempi e avvertire quante cose erano cambiate con le rivolte studentesche del Sessantotto, impedendo a molti professori di fare lezione nelle aule occupate, Arcangeli ci faceva intendere come la riflessione sull'arte e sulla storia avesse a che fare anche con il presente, con quel presente: «Questo corso io ve lo propongo proprio per questa ragione essenziale, per supplire a una carenza evidente della vostra cultura; e certo voi giovani che contestate o che avete contestato siete subito pronti, ingenuamente e in genere senza malignità, a dar la colpa di questo alla generazione che vi precede, siano questi docenti di liceo o università o comunque educatori».

Arcangeli affiancava Mondrian a Piero della Francesca e ne dimostrava, a distanza di secoli, le sostanziali affinità. Arcangeli li chiamava «tramandi».

In un solo momento indicava la incommensurabile grandezza di Caspar David Friedrich, attraverso immagini assolute di vedute distanti e assiderate, e della coeva letteratura tedesca, che esprime una concorde sensibilità. Davanti a uno dei dipinti più celebri di Friedrich, Il monaco in riva al mare, del 1809, Arcangeli rievocava la lettura di Heinrich von Kleist: «Il quadro si stende davanti a noi come l'apocalisse e poiché tutta la sua uniformità e illimitatezza come primo piano ha soltanto la cornice, quando lo si guarda è come se a uno avessero asportato le palpebre». Arcangeli chiosava: «Vedete anche come, mentre Turner e Constable sono vari, aperti a diversi atteggiamenti sentimentali, in Friedrich c'è un atteggiamento chiuso, concentrato in se stesso, fino all'ossessione, apparentemente monotono».

E da Friedrich, dalle sue Bianche scogliere di Rügen, con tre persone sull'orlo dell'abisso, Arcangeli passava al primo pittore del Rinascimento tedesco, Matthias Grünewald (1470-1528), e ai suoi santi eremiti Antonio e Paolo, con il paesaggio rasserenato sul fondo, oltre rocce e sterpi.

Con quel corso la grande pittura romantica inglese e tedesca entrò in Italia. Proiettata verso l'Informale americano.

Ora una nuova edizione degli scritti introvabili di Arcangeli, a cura di uno studioso che gli era particolarmente vicino, Piero del Giudice, è in corso di pubblicazione presso La nave di Teseo. Come accade con Arcangeli, del Giudice era emotivamente coinvolto nel dialogo a distanza, e ha chiuso la sua vita sulle pagine dell'amico e maestro.

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