L'adolescenza fluida e confusa raccontata da Guadagnino

Per il regista i ragazzi di "We are who we are" sono "pieni di sfumature come cartoni animati"

Oggi qui, domani là. E l'identità, l'appartenenza? Siamo chi siamo, di volta in volta: mi piace lui, lei, l'altro. Che ne so. In piena ambiguità e totale fluidità di genere, così di moda, adesso. «Chi sono io, per giudicare?», dice il Papa. E We Are Who We Are, dice Luca Guadagnino, regista cinquantenne di Palermo, ma naturalizzato milanese e losangelino, che firma, scrive e produce la serie Sky-HBO (otto episodi in onda dal 9, su Sky e Now Tv) incentrata sugli adolescenti della «terza cultura». Ovvero quei figli di militari o ambasciatori costretti a fare i nomadi, al seguito dei genitori colonnelli, o feluche e quindi a sposare, di volta in volta, nuovi paesi, costumi, culture. Sentendosi sempre fuori luogo, in un perenne divenire senza radici. Estremamente attuale, mentre in Occidente si spappola l'identità dei popoli. Del resto, di trasformazioni Luca, osannato dal New York Times, dopo il successo di Chiamami col tuo nome, film del 2018 e dai cinéfili mainstream, amanti delle sue atmosfere sexy-patinate, se ne intende.

Da ragazzino il suo primo film, girato con un Super8 regalato dalla mamma, narrava d'un pezzo di carne immerso nell'acqua: ogni giorno si dissolveva un po' e lui girava. Finché il puzzo nauseabondo della marcescenza allertò la madre, lesta a buttargli via quel putridume. «Se ci mettiamo a sanificare i nostri personaggi, spostandoli dalla vocazione provocatoria alle questioni etiche, smettiamo di fare ciò che facciamo», osservava l'artista, ieri su Zoom, per presentare We Are Who We Are insieme al cast. Felpa rosa, con galletti neri; fare rilassato e spiritoso, Guadagnino, per la prima volta al cimento con la serialità, parla di adolescenza, amicizia, formazione. Non è stato un anno facile, per lui: ha perso il padre, poi l'ha lasciato il fidanzato storico, il regista Ferdinando Cito Filomarino, quindi il lockdown.

La storia, ambientata in una base militare Usa a Chioggia, la caserma Pialati «ambiente piccolo con caratteristiche universali», narra di Fraser (Jack Dylan Grazer), quattordicenne figlio di Maggie (Alice Braga) e Sarah (Chloe Sevigny), soldatesse dell'esercito americano, trasferito in Veneto con la famiglia. Egli è introverso, beve ed è attratto dai maschi. Per fortuna c'è Caitlin (Jordan Kristine Seamòn): vive pure lei in caserma, con il padre che la tratta da maschio e adora Trump. Ma la ragazzina è insicura della propria sessualità e i due teenager problematici faranno lega. Fingendo d'essere una coppia, esplorano le proprie pulsioni, all'interno d'un gruppo di amici liberi e confusi. «Girare la serie? Sono stati 94 giorni di gioia e mi sono sentito un po' lo zio dei miei giovani attori, ognuno dei quali è personaggio denso di sfumature, non afferrabile di primo acchito, come nei cartoni animati», spiega il regista.

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