Una «devota ammirazione che si deve ai santi, o agli eroi». Il 30 ottobre 1991, intervenendo al processo di beatificazione di Enrichetta Alfieri (nella foto sopra, una parte del suo intervento scritto), Indro Montanelli scolpiva con queste parole l«immensa gratitudine» che doveva a quella suora, morta 40 anni prima in odore di santità. Tornando con la memoria allestate del 44, trascorsa a San Vittore da prigioniero politico, ricordava soprattutto il fruscio della sua veste, che nascondeva messaggi tanto preziosi da divenire per Indro, non ancora quarantenne e condannato a morte, «epicentro di ogni speranza e aspettativa».
Matricola 2054, era stato arrestato a febbraio insieme alla moglie Margherita, che condivideva il suo proposito di fiancheggiare la Resistenza. Il 9 maggio era stato trasferito nel carcere milanese. La superiora riuscì a organizzare brevissimi incontri notturni fra i due, in quello che era diventato un campo di concentramento: «pochi istanti rubati alla disperazione» per cui rischiava essa stessa la vita. Ma fece di più: con altre dodici Suore della carità, l«Angelo di San Vittore» salvò molte decine di persone dalla deportazione in Germania, soprattutto ebrei e perseguitati politici, grazie al costante contatto col cardinale Schuster. Fu arrestata, e il cardinale in persona ne ottenne la liberazione. Montanelli evase nellagosto del 44, e portò sempre con sé il ricordo di quella religiosa, che lanno prossimo sarà proclamata beata. Monsignor Ennio Apeciti da delegato arcivescovile raccolse la sua testimonianza, e la ricorda bene: «Lui non parlava, dettava, ma non era uno sponsor della beatificazione.
Un laico devoto solo alla beata Suor Enrichetta
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