Ogni anno, il festival di Sanremo ci ricorda il rapporto degli italiani con l'amore. Non ci basta soffrire, dobbiamo piagnucolare, possibilmente in rima e accompagnati da una distesa di melliflui archi orchestrali. Lui ama lei, e sono tanto felici, ma poi lei non ama più lui, e sono tanto tristi, però alla fine lui riconquista lei, e sono tanto felici. Insomma, una dolce storia d'amore. Talmente dolce che, ripetuta per trenta canzoni, costringe a controllare la glicemia a fine gara, non si sa mai. I brani sanremesi non mordono, non provocano, non disturbano. Si avvicinano piano piano, come adolescenti con gli occhi umidi di lacrime, e il povero ascoltatore è invischiato nella melassa prima ancora che possa difendersi. La canzone sanremese non conosce vero conflitto. Non esiste antagonista, non esiste ombra, non esiste un solo momento di dubbio autentico. Se c'è un ostacolo, viene superato con la forza dell'amore e una cascata di violini. La complessità dell'esistenza dura il tempo di un bridge (trenta secondi) e viene risolta prima del ritornello finale. Al massimo, una dolce e malinconica frignata mette le cose a posto. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che talvolta le canzoni funzionano. Ci si ritrova a canticchiarle controvoglia, perfino in pubblico, con una (giustificata) smorfia di vergogna. Ci si sorprende a sentirsi, inspiegabilmente, un po' meglio. In un mondo già abbastanza complicato, forse un po' di zucchero, ogni tanto, non fa poi così male. Ai denti, però, sì. Occhio alle carie.
Lacrime vere scorreranno invece se gli ascolti non premieranno il Festival. Tutti, da Carlo Conti in giù, incrociano le dita ma mettono le mani avanti: quest'anno è dura, il cast è debole, non ci sono ospiti stranieri, c'è la Champions, fa caldo e la gente esce. Ahi.