Il lato oscuro del Risorgimento? In fondo al mare

Illustre dott. Granzotto, le sottopongo uno spiacevole incontro fatto durante la lettura del volume di Cesaremaria Glori, La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo «Ercole». Nell’Introduzione l’autore scrive: «Giudico assai opportuno trascrivere parte del contenuto di una lettera che Giuseppe Garibaldi indirizzò ad Adelaide Cairoli nel 1868, cioè tre anni dopo la conclusione della guerra civile contro il cosiddetto Brigantaggio meridionale: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò non rifarei la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odi”». Di fronte a tale confessione sono rimasto di sasso, anche perché poco dopo ho letto delle distanze che aveva preso dall’avventura meridionale anche il suo colonnello Nievo prima di inabissarsi assieme agli ottanta garibaldini con l’Ercole in acque campane mai indagate. Io mi chiedo - e, se mi consente, chiedo a lei - è proprio il caso di rivangare un passato di persecuzioni e di lutti tra le popolazioni che ne sono state vittime? La vera celebrazione sarebbe di fare luce sul naufragio dell’Ercole e sulla morte dell’eroico Nievo.
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Conosco l’interessante libro di Cesaremaria Glori, caro Troja, così come quelle amareggiate considerazioni di Garibaldi: non le sole, d’altronde, che in riferimento alla «via dell’Italia meridionale» figurano nei suoi carteggi. Però, vede, se secondo lei non è il caso di rivangare «un passato di persecuzioni e di lutti», allora non è proprio il caso - sopra tutto ora che si celebra il centocinquantenario dell’unità - di proporsi di far luce sul misterioso inabissamento dell’Ercole. Oltre tutto, sarebbe lavoro inutile. Già una trentina d’anni fa lo scrittore (e giornalista, l’avemmo anche al Giornale) Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito, provò a disvelare quel mistero: con l’aiuto di Jacques Picard e del suo batiscafo Trieste, rinvenne quello che quasi sicuramente è il relitto dell’Ercole, giacente a 250 metri al largo di Punta Campanella (ne scrisse poi un bellissimo libro, Il prato in fondo al mare, che s’aggiudicò il Campiello). Ma fra i pochi resti dell’imbarcazione Stanis Nievo non trovò la risposta ai suoi interrogativi: non solo gli fu impossibile stabilire le cause del naufragio, ma non rinvenne nessuna traccia del forziere che avrebbe contenuto o il tesoro dei Mille o l’imponente documentazione delle spese (e delle entrate) della cassa dei garibaldini amministrata dal prozio. Documentazione la cui scomparsa negli abissi fu da subito indicata, già allora, marzo del 1861, come il vero e inconfessabile movente del naufragio, provocato quindi artatamente, dell’Ercole.
Perché poi «qualcuno», in alto e basso loco, a Torino o a Londra, volesse impedire che la documentazione puntigliosamente archiviata da Nievo finisse di domino pubblico è presto detto: essa avrebbe rivelato non solo finanziamenti occulti (fra questi le famose 10mila piastre d’oro turche, imbarcate a Talamone), ma anche le spese occulte, quelle per comprarsi i generali borbonici, quelle per reclutare i picciotti mafiosi e quelle che costituirono i benefit, oggi si chiamano così, degli eroici, questo va da sé, ma rapaci ufficiali garibaldini. Le «Carte Nievo» avrebbero cioè messo in luce il lato oscuro, canagliesco e tangentaro dell’impresa dei Mille, compromesso le alte sfere politiche e militari e fortemente ridimensionato la visione eroica e ideale della risorgimentale «via dell’Italia meridionale». Possiamo così dire che Ippolito Nievo, il caramelloso (mi scusino i suoi fan, ma io la penso così) autore di Le confessioni di un italiano e di Angelo di bontà, fu una vittima, sacrificata sull’altare della vulgata.

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