Laure, il coraggio di uscire dall’acqua

INCINTA? È una delle voci che circolano. Ma lei parla d’altro: «Non ho neppure un diploma, sarà dura...»

Riccardo Signori
C’è modo e modo di dire addio: anche quello di diventare insopportabile. A se stessa e agli altri. Laure Manaudou c’è riuscita così. A 23 anni, con una sfilza di fidanzati e successi alle spalle, un bel fisico da regalare ad attrazioni meno devastanti per la psiche, che non siano quelle di nuotare davanti a mille avversari e dietro ad un cronometro. Ci vuol coraggio. Certo, il coraggio di una fuori di testa. O meglio, ci vuol la testa di una fuori di testa. E non sempre quell’esser fuori di testa è un’attribuzione negativa. Nella vita di ogni campione ci sono momenti in cui dire: «Non ce la faccio più! Ho vinto tanto, cosa posso vincere ancora?». Qualcuno ci passa sopra, altri no. Capitò a Novella Calligaris: vinse l’oro mondiale degli 800 metri con tanto di record. Era una ragazzina di 19 anni, scontrosa e divetta, insofferente e impertinente. Sembra di disegnare l’identikit della Manaudou, vero? Sarà colpa del cloro. Novella cominciò a crescere in quel momento. Si disse: c’è la vita, cosa ci faccio ancora in acqua? Diventata campionessa delle campionesse, si dimise dal nuoto. Durò un anno ancora. Poi fu la vita. Rocky Marciano era un coraggioso per natura e per contratto: tirava pugni come pochi, ne prendeva senza far mai un passo indietro. Capì quand’era l‘ora: 49 incontri da professionista senza perdere mai, campione del mondo dei pesi massimi. Basta! E la leggenda dell’invincibile è ancora fra di noi.
Tanti pugili hanno coraggio, ma non l’intelligenza di smettere. O peggio: smettono poi ricominciano. Per fame o per nostalgia, per ring-dipendenza o per megalomania. Da Ray Leonard a Tyson, da George Foreman allo stesso Alì, tanto per non scomodare tempi lontani. E che dire del ritorno di Lance Armstrong? Eppure il tipo si è battuto contro qualunque avversario: in strada e nella vita. Ma dove sta la linea di confine tra il coraggio di smettere, quello di tornare o quello di violentarsi e rimanere nel paradiso degli ex? Perdi soldi e magari autostima, ma ne guadagnano leggenda, ricordo, forse la vita. Duilio Loi si ritirò da campione, poteva far fruttare quella cintura mondiale dei welters jr. ancora un po’. Chiese a Dario Bensi il suo maestro, il padre putativo del ring. «Come mi vedi?». E quello: «Sei arrivato». E così chiuse la storia. Eppur la vita gli fruttò ben più amarezze del ring.
Dire basta è atto di coraggio. Detto in anticipo sul tempo è quello dei campioni, che ricacciano indietro orgoglio e vanità. Molto peggio quando non sentono la campanella e scadono nella mediocrità: sanno che non avranno più rivincita. Oppure ci sono quelli che si liberano da un peso. Ci è parso sia capitato a Ian Thorpe, non altrettanto a Paolo Maldini o Michael Schumacher. Laure ora sembra più leggera (a parte il gossip che la vuole con seni da maggiorata e pancia arrotondata, dunque incinta), non ha saputo reggere alle sconfitte, ha tenuto botta finchè una sorta di allenatore – aguzzino, Philippe Lucas, l’ha tenuta sotto (tra il 2003 e il 2007) senza farle sollevare il capo per vedere cosa ci fosse oltre la piscina. Il folleggiare tra amori e città diverse è stato il sintomo dell’esaurimento psichico. Il segnale della disperazione quel buco nell’acqua all’olimpiade di Pechino, proprio lei che aveva vinto titolo olimpico, medaglie, titoli mondiali ed europei come una indistruttibile superwoman.
Da qualche tempo anche i guadagni non sono più gli stessi, si parlava di 2,3 milioni di euro all’anno, ma Laure conta di rifarsi con cinema, tv, arte varia, magari con un’Isola dei famosi alla francese. Servirà il coraggio di rimettersi in gioco per annientare il coraggio di aver detto basta. Ma con una consolazione: quasi sempre le donne sono più coraggiose degli uomini nel mollare lo sport. E Laure lo ha confermato.