La Lega di lotta sfida la Lega di governo

RomaDalla Lega di lotta & di governo, alla Lega di lotta Vs la Lega di governo? Quasi, forse, però, magari no, ma qualcosa sì, qualcosa si sta muovendo tra la pancia e il duodeno del Carroccio. Tra le pieghe della manovra, e non solo lì, si intravede anche questo, una leggera crepa tra i vertici governativi della Lega e i vertici periferici dello stesso partito, in particolare nella versione piemontese e veneta. È l’eterno dilemma leghista. Un piede nell’esecutivo, che non sempre può ascoltare la voce del Nord, un altro piede e anche più nel Nord delle locomotive Piemonte, Lombardia, Veneto, che chiede di essere ascoltato e reclama fisco equo e riforma federale.
L’equilibrismo è difficile e lo si sconta anche sulla propria pelle, quella per esempio del governatore piemontese Roberto Cota, dirigente di caratura nazionale a cui però adesso, come massimo rappresentante del Carroccio piemontese, tocca destreggiarsi tra Lega di governo e Lega di lotta. Sul tavolo, ora, c’è la manovra tremontiana (cioè del ministro Pdl più vicino alla Lega), che Cota, da uomo fedele alla linea, «condivide nella sua impostazione», senza però nascondere delle preoccupazioni, sfociate nella firma al documento con cui la Conferenza delle Regioni ha bocciato ieri le misure dell’esecutivo (piccolo caso, sempre in salsa leghista: mentre il governatore lombardo Formigoni guida la rivolta contro la manovra, il suo vice Andrea Gibelli, Lega, calma gli animi: «Niente rischi per il federalismo fiscale», dice al Giornale). La posizione in cui Cota, pupillo di Bossi, si è ritrovato è l’immagine migliore del nuovo dualismo della Lega: ispiratrice della linea di governo ma, nello stesso tempo, voce critica laddove si tocchino tasti sensibili per l’elettorato leghista e la mission federale. Stessa difficoltà anche per Roberto Maroni, anche lui compreso nella parte double face di autorevole rappresentante del governo romano e influente alfiere dell’autonomismo padano.
L’affiorare del dualismo tra Lega centrale e periferica si deve anche a qualche mutamento intercorso negli ultimi tempi. Il passaggio di Cota dalla prima linea «romana» al Piemonte ha segnato un cambio nei rapporti di forza territoriali interni alla Lega, partito senza correnti ma con fortissime identità legate non solo alla Regione di provenienza ma anche alla Provincia e financo al Comune (i bresciani, i bergamaschi, i varesini, e poi i veronesi, i trevigiani etc...). Con l’elezione del lombardo Marco Reguzzoni a capogruppo dei leghisti alla Camera, e il contemporaneo passaggio di Luca Zaia dal ministero dell’Agricoltura alla guida del Veneto, il «potere» della Lega di governo sembra essersi tinto improvvisamente di un verde lombardo. Niente di traumatico, se si pensa che il cuore della Lega nord è, storicamente, la Lombardia (la vecchia Lega autonomista lombarda, anno 1984...).
Ma nella logica territoriale con cui ragiona un partito federalista, la presenza di portavoce capaci di far pesare la propria «terra» a Roma, può avere un riverbero non indifferente. «È chiaro che c’è sempre una questione di campanili e che ognuno difende il proprio territorio», riconosce Francesca Zaccariotto, presidente leghista della Provincia di Venezia. Sul fronte investimenti e infrastrutture, racconta Italia oggi, dalle parti del Veneto e del Piemonte, in effetti qualche segno di campanilismo al contrario sembra esserci. La bocciatura di Venezia come candidata per le Olimpiadi estive del 2020 (a vantaggio di Roma...) e di Cortina d’Ampezzo per quelle invernali, il congelamento dei fondi per la Tav Milano-Venezia e l’impantanamento (ma Cota vigila...) della pratica per la candidatura di Cesana (Torino) per i mondiali di slittino. Insomma, qui tra Lega (di governo) e Lega (lombarda), finisce che la Lega perde la pazienza...

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