L'estetica della lotta fa breccia nell'anima oltre ogni razionalità

Anche se invochiamo la pace letteratura, cinema e musei celebrano lo scontro perché è facile rispecchiarsi nell’eroe armato, seppure si tratti di un mito vuoto

L'estetica della lotta fa breccia nell'anima oltre ogni razionalità

La guerra si nutre d'immaginazione e il suo terreno è sempre ben coltivato, fin dalla notte dei tempi, dai miti pagani ai testi dei monoteismi biblici e coranici, dai giochi dei bambini, dalla retorica della propaganda. L'immaginazione alimenta la guerra, prima del suo scoppio e durante la battaglia, e quando finisce diventa letteratura, cinema, musica, arte. Per capire cosa sia la guerra dobbiamo inevitabilmente riferirci all'immaginario che di essa ci facciamo, perché una riflessione scientifica può arrivare a spiegarci le cause storiche ed economiche che scatenano il conflitto, ma poi c'è un anello mancante, e la spiegazione si arresta di fronte all'indicibile: il perché dell'orrore, del sangue, della morte, della devastazione rimane senza risposte razionali e l'inumano finisce per trasformarsi in versi poetici sublimi, in opere d'arte, in film, in gioco. L'anello mancante non lo fornisce il pensiero scientifico, la dottrina della guerra, ma il salto nell'immaginario che è antico come l'esistenza dell'uomo.

Le immagini essenziali sono due: il nemico e l'azione per contrastare la presenza del nemico. L'uomo è destinato all'azione: si ricordi come il dottor Faust di Goethe si trovi di fronte alla parola Logos all'inizio del Vangelo di Giovanni. Pensa di poterla tradurre con «parola», poi con «pensiero». Soluzioni che non lo soddisfano. «Improvvisamente mi si fa luce dentro: In principio era l'Azione» si convince Faust.

Dunque, è così fuori dalla normalità della vita dell'uomo la guerra, il nemico, l'azione? Ci accompagnano ogni giorno. Si fa la guerra alla criminalità, alla mafia, alla povertà. Lo schieramento all'inizio appare semplice, poi i fronti si confondono: dove sono finiti i buoni e i cattivi? Si gioca agli indiani e ai cowboy o contro schiere di nemici terribili costruiti da sofisticate play station La guerra diventa normale, perché è normale la presenza, ovunque e in qualsiasi forma, del nemico e dell'azione per contrastarlo. Una volta costruita l'immagine del nemico da sconfiggere, siamo già in guerra, e quando scoppia la guerra «vera» con i suoi orrori, il nostro immaginario è preparato ad accettarla, trasferendo in un inefficace secondo piano ogni sensata riflessione che dovrebbe portare al rifiuto razionale della guerra stessa.

L'immaginario della guerra, che ci siamo costruiti nelle forme più diverse, ridefinisce il mondo reale di devastazione e di morte con una fascinazione che non ha spiegazione razionale, ma soltanto estetica. La tragedia bellissima della guerra. La tragedia greca ne aveva colto il fondamento mitico, e nella bellezza del gesto eroico coglieva il significato cosmogonico della guerra. Afrodite e Ares: il dio della guerra e la dea dell'amore stretti in un amplesso fedifrago ma indissolubile.

Perché questa unione di Venere e Marte? Si osservi il gruppo scultoreo di Canova (tra le molte espressioni artistiche che ritraggono insieme le due divinità): un'esplicita, sensuale dichiarazione d'amore di Venere per il dio guerriero. Perché questa reciproca fascinazione? Riusciamo ad averne una convincente spiegazione razionale? La risposta è nella costruzione immaginaria che abbiamo di questo rapporto, essenzialmente di carattere estetico. Si celebra la bellezza del gesto eroico, e l'eroe con le sue battaglie diventa una figura costitutiva di una società e di un'epoca. Non è necessario abitare nel tempo favoloso del mito: le piazze delle nostre città sono piene di monumenti dedicati agli eroi, alle guerre.

La realtà delle cose si nasconde, la loro essenza diventa inafferrabile, diceva Eraclito, che nel polemos, nella guerra, vedeva l'origine e il divenire del mondo. Se appena riuscissimo a osservare la realtà dei fatti e delle persone come veri protagonisti della guerra, comprenderemmo la sua totale inumanità. Forse ciò accadrà col passare degli anni, ma finora non è mai accaduto, perché i generali che comandano le guerre, continuano ad essere quelli che se ne stanno seduti comodamente in poltrona: siamo noi che da sempre ci immaginiamo nemici e guerre nei nostri giochi, nello studio dei libri di scuola, nelle letture più belle, dall'Iliade a Guerra e pace, a Per chi suona la campana, straordinario romanzo moderno che si libera sia del mito classico, sia dei modelli convenzionali della guerra, reinventando una nuova mitologia contemporanea che celebra la bellezza dell'eroismo, dell'azione cruenta, dell'amore e della morte per la salvezza del mondo. E poi la poesia guerriera di D'Annunzio che esalta la bellezza dell'azione, la poesia di Lord Byron che affronta il sacrificio in difesa della bellezza della civiltà greca assalita dalla barbarie turca; la provocazione di Marinetti, «la guerra sola igiene del mondo»; i versi di William Blake sono un rullo di tamburi di guerra che inneggiano alla bellezza della «agghiacciante simmetria» (traduzione geniale di Giuseppe Ungaretti) tra l'agnello e la tigre, creati nello stesso giorno. E ancora quadri di guerra tappezzano le pareti dei musei per sedurci e ricordarci come sia la guerra la levatrice della storia del mondo.

Una storia di orrori e di bellezza che il cinema eredita e trasforma in un colossale rito guerriero con una partecipazione di massa, in cui diventano un'unica travolgente bellezza la potenza inebriante del gesto eroico e la devastazione, il sangue e la pietà. Perché ci affascina l'inizio strepitoso del film Salvate il soldato Ryan? In una sola scena l'orrore e la bellezza, il nemico e il guerriero pronto a morire per sconfiggerlo. Il rombo degli elicotteri in Apocalypse Now è come una terrorizzante musica di battaglia che seduce lo spettatore. La guerra trasforma con il nostro immaginario la gente comune: andrebbe visto e rivisto il film di Monicelli La grande guerra, in cui i campi di guerra sono la dolorosa bellezza che esige il sacrificio eroico di due persone qualunque per conquistare la vittoria.

Noi abbiamo inventato la guerra perché riusciamo a immaginare la sua «agghiacciante» bellezza che amiamo al di là di qualsiasi razionalità. Si provi a trasmettere la potenza di questo immaginario con scene di pace. La pace vive soltanto sul terreno della guerra: c'è pace dopo la vittoria, dopo la sconfitta. Si celebra la pace con le giornate di festa, con le parate militari, con le medaglie al valore. Questa è la pace che sospende la guerra per un po' di tempo, con fiumi di ipocrisie. Kant, nel suo libro Per la pace perpetua, scriveva: «Lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni accanto agli altri, non è uno stato naturale (status naturalis), il quale, piuttosto, è uno stato di guerra». Kant, che conosceva quanto aveva affermato Platone nelle Leggi: «Come per legge naturale, tra le polis rimane sempre uno stato di conflitto non dichiarato».

L'immaginazione trasfigura, incanta nella bellezza di una giustizia da conquistare. «La vera violenza è l'ipocrisia», scriveva Hannah Arendt e noi siamo inorriditi dalla guerra e affascinati dalla trasfigurazione che di essa ci facciamo attraverso la scrittura, l'arte, la musica. La guerra vista in televisione, attraverso i reportage giornalistici, dovrebbe aprirci gli occhi sulla sua realtà. Non è così, perché è come se lo schermo televisivo incorniciasse una modesta opera d'arte. Il simulacro governa la realtà, enfatizzato dal commento nelle diverse forme in cui si svolge (da quello dell'inviato a quello dell'esperto), e una pluralità d'immagini finisce per uscire da quella cornice di vetro, esprimendo una bassa, modesta, spesso volgare qualità estetica. Il simulacro distribuisce a piene mani modelli irreali per discutere un occasionale immaginario privo di quella ricchezza emotiva che ci arriva dai libri, dai film. Venere e Marte trattati come due pezzenti che viaggiano storditi dalla tecnologia mediatica.

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