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Bernabei e i diari della “grande speranza”: quando la Rai diventò strumento di diplomazia

Dal Vaticano a Mosca, passando per la Dc e il Concilio: nel racconto degli anni 1961-1965 emerge il ruolo discreto ma decisivo di Ettore Bernabei, tra fede, politica e mediazione internazionale nel cuore della Guerra fredda

Bernabei e i diari della “grande speranza”: quando la Rai diventò strumento di diplomazia
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C’è una scena, in questo secondo volume dei diari di Ettore Bernabei, che vale più di un saggio. È la Pasqua del 1962. Il direttore generale della Rai, nominato da Fanfani il 5 gennaio dell’anno prima, sale all’aula delle benedizioni con monsignor Capovilla. Si inginocchia davanti a Giovanni XXIII. Il Papa lo guarda, lo benedice e gli dice: «È come nella musica; per armonia bisogna che ognuno tenga la sua nota. E lei tiene bene la sua». Bernabei risponde balbettando di avere sei figli e di aspettare il settimo. Roncalli sorride: «Queste sono cose da galantuomo». In quello scambio, sotto i flash di una televisione che era ancora l’unica al mondo autorizzata a riprendere il Vaticano, c’è già tutto il libro. Un uomo che tiene la sua nota dentro una partitura scritta in segreto, e che sta per cambiare il Novecento.
libro
Diari 1961-1965. Gli anni della grande speranza, curato da Agostino Giovagnoli per la Fondazione La Pira e pubblicato da Rubbettino, è il diario di un cattolico militante e di un giornalista al vertice della Rai che diventa, quasi senza accorgersene, corriere di una mediazione storica tra Santa Sede e Unione Sovietica. Il Concilio Vaticano II, l’incontro tra Giovanni XXIII e Aleksej Adžubej, genero di Kruscev, nel marzo 1963. L’Ostpolitik prima dell’Ostpolitik. La crisi dei missili a Cuba vissuta a New York, in un negozietto di forniture radio dell’aeroporto di Idlewild, mentre a Bernabei sembra di respirare aria del 1939. La missione di La Pira da Ho Chi Minh per fermare il Vietnam. Sullo sfondo, sempre, la Roma della Dc, i due cavalli di razza Moro e Fanfani che non riescono a parlarsi e mandano lui a portare i biglietti, le congiure dorotee, le fumate bianche, le notti di San Gregorio.
La Rai, in tutto questo, è insieme tutto e niente. È il mestiere quotidiano, la Tribuna politica appena nata, la grana del telegiornale che dimentica un’udienza papale e fa infuriare Fanfani. Ma è anche l’alibi perfetto, la copertura di un funzionario di Stato che vola a Mosca ufficialmente per scambi di programmi e in realtà per chiedere a Kozyrev se i vescovi cattolici dell’Est potranno andare al Concilio. Bernabei è «uomo di fiducia» di La Pira, di Fanfani e del Vaticano, dirà di lui il sindaco di Firenze ai sovietici. È un giornalista che ha capito prima di tanti che la televisione non è solo un palinsesto, è una stanza diplomatica, una lingua nuova del potere. Però dentro non c’è cinismo, e questa è la cosa che spiazza. C’è l’idea quasi ingenua, quasi francescana, che si possano avvicinare l’Oriente e l’Occidente parlandosi piano, mandando segnali, organizzando una visita, una stretta di mano, una telefonata.
Poi il 1963 si rompe in mille pezzi. Muore Papa Giovanni. Sparano a Kennedy a Dallas. Cade Kruscev. Bernabei annota, con quell’asciuttezza toscana che non concede aggettivi: «Nell’epoca moderna non sono più i tiranni che vengono soppressi dalla rivolta popolare, ma i liberatori, dalla reazione del privilegio». Fanfani gli dice una frase che potrebbe stare scritta sopra l’intero quinquennio: quando a una macchina si tolgono alcuni motori, la macchina si ferma. La grande speranza si chiude lì, in quei mesi, e ciò che resta diventa Ostpolitik per la sopravvivenza. Paolo VI tratta coi paesi satelliti uno a uno, non più con il centro sovietico. La pace non è più un orizzonte, è un compromesso.
Eppure il valore di questo diario non sta nella nostalgia. Sta nel mostrare come un funzionario di Stato, padre di sette figli, devoto al punto da inginocchiarsi davanti a un papa, possa diventare protagonista discreto della Storia senza vendersi a nessuna cordata. Bernabei guarda l’Italia con il sospetto antico verso le centrali massoniche franco-tedesche e con la fiducia popolare verso La Pira. Guarda il mondo come uno che ha letto Fanfani sul rapporto tra cattolicesimo e capitalismo, e sa che ogni partita politica è anche una partita teologica. È capace di immaginare nuove stagioni perché tiene insieme due cose che oggi tendiamo a separare: il realismo del cronista e l’utopia del cristiano. Per questo il suo diario, scritto con lo scrupolo di non falsare la realtà, è un libro politico nel senso pieno della parola. Racconta cosa accade quando qualcuno, dentro la macchina, decide di provare a cambiarne la rotta.​​​​​​​​​​​​​​​​

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