Leggi il settimanale

Cesare e il sogno di fare Roma (e se stesso) "grande ancora"

Alberto Angela nel suo saggio racconta l'ascesa del generale che invase la Gallia a caccia di risorse

Cesare e il sogno di fare Roma (e se stesso) "grande ancora"

È in assoluto il generale più famoso dell'antichità. L'uomo che ha cambiato il destino di Roma e di conseguenza di tutta l'Europa e del Mediterraneo. Nessuno come lui sino a Napoleone - il quale infatti, in esilio a Sant'Elena, dettò Le guerre di Cesare (in Italia edito da Sellerio) - si mise a riflettere proprio sul complesso rapporto di emulazione ammirazione che lo legava al Dictator perpetuus, la cui fortuna militare e politica si esaurì sotto una pioggia di pugnalate. Ma chi era davvero Caio Giulio Cesare (100 a.C. - 44 a.C.)? E soprattutto come si fa a diventare Cesare, ovvero il modello di quello che Luciano Canfora, antichista schierato ma di vaglia, ha definito «il dittatore democratico»?

Sono alcune delle domande a cui risponde il maxi saggio di Alberto Angela Cesare. La conquista dell'eternità (Mondadori, pagg. 636, euro 24). Angela mantiene il suo consueto tono divulgativo, che ha contribuito a far arrivare rapidamente il volume in cima alle classifiche, ma davvero in questo libro ha dato vita a un approfondimento a tutto tondo che potrebbe essere usato nei licei classici come affiancamento alla lettura del De bello gallico. Molte recensioni del volume insistono sull'uso dell'Ai che è stato fatto per creare immagini e narrazioni virtuali che accompagnano il testo e a cui si può accedere anche inquadrando i qrcode presenti sul volume.

La cosa più interessante del testo, però, non sono gli «effetti speciali», piuttosto la scelta di dedicare un'opera così ponderosa, anche se agile nella lettura, agli anni tra il 58 e il 50 avanti Cristo: quelli in cui Cesare costruisce il suo successo, con spietatezza, fortuna, una montagna di debiti e una folgorante capacità militare.

Partiamo dal versante più autocratico e se vogliamo per certi versi «trumpiano», Si parva licet componere magnis, del Proconsole delle Gallie. Cesare coglie in pieno lo spirito del suo tempo e si inventa dopo le devastazioni - soprattutto morali e politiche - dello scontro tra Mario e Silla un suo modo potremmo dire di make Roma great again», di portare a compimento la su vocazione «imperiale» della Repubblica: militarmente fortissima, politicamente morente.

Cesare nel 58 avanti Cristo ha terminato il suo mandato consolare. A Roma è una vera star, chiacchieratissimo per i suoi rapporti promiscui, con uomini e donne, elegante e modaiolo ma allo stesso tempo fisicamente prestante per i suoi quarant'anni, è l'uomo d'equilibrio tra il generale Gneo Pompeo e il ricchissimo Marco Licinio Crasso. Un vero vertice per la carriera di un politico romano. Un vertice che Cesare aveva raggiunto, venendo da una famiglia antica ma economicamente non proprio ben in arnese, indebitandosi per cifre che oggi equivarrebbero a centinaia di milioni di euro. Per riuscirci ha dovuto appoggiarsi proprio a Marco Licinio Crasso (che potremmo considerarlo l'Elon Musk di Roma). La sua speranza di andare in pari, economicamente parlando, è legata al proconsolato, l'incarico nelle province che normalmente spetta ai consoli. Ma serve la provincia giusta, una dove fare guerra e bottino. Ci ha pensato un suo alleato con colpo di mano legislativo, Publio Vatinio: assegnazione di Galia Cisalpina e Illirco con tre legioni. Come vedete anche così mancava la Gallia Transalpina e noi abbiamo tutti letto il De bello gallico non il De bello illyirico... Ci scappa il morto però, il proconsole in carica della Gallia transalpina Quinto Metello Celere muore in circostanze inspiegabili. Cicerone parla di avvelenamento: sarebbe stata la moglie Clodia, la Lesbia amata da Catullo, e sorella di Clodio, fedelissimo molto chiacchierato di Cesare che farà una gran brutta fine.

Una partenza quindi con thriller verso le Gallie dove Cesare mette in campo tutte le strategie politiche possibili, a partire dal divide et impera, per passare da uno scontro all'altro. Da un lato per garantirsi la fedeltà delle sue truppe. Dall'altro per mettere le mani su un territorio ricchissimo. La Gallia, come l'Egitto che diverrà in seguito un altro bersaglio di Cesare, è tutt'altro che una landa di foreste incognite come se la immagina il lettore di Asterix. E Alberto Angela lo spiega con un esempio molto chiaro: «Tra grano, oro e ferro, la Gallia possiede i pozzi di petrolio dell'epoca». Insomma è una sorta di Venezuela o di Medioriente bellicoso da cui però Roma dipende. Anche per le cotte di maglia dei suoi soldati che i Galli sono abilissimi a produrre. Cesare pensa di unificarla e metterla sotto il controllo diretto di Roma. E soprattutto sotto il suo. Sarà però molto attento sempre a procurarsi il casus belli giusto. A potersi vendere come l'aggredito.

Senza contare che le campagne di Cesare avrebbero fornito a Roma un numero stratosferico di schiavi. Insomma Cesare creò le basi di un mondo nuovo, ma incarnando la forma più dura e violenta dell'espansione romana. Le sue campagne cancellarono interi popoli. Ad esempio alla confluenza del Reno e della Mosa nel 55 a.C. massacra gli Usipeti e i Tencreti, popoli germanici sconfinati in Gallia, dopo essersi di fatto lasciato per l'ennesima volta aggredire per primo. Nella vittoria però i romani massacrano anche donne, vecchi e bambini, che sono rimasti bloccati tra i guerrieri germani in fuga e i due fiumi. Cesare stesso parla di 400mila morti. Alla cifra va probabilmente levato uno zero, ma i corpi delle vittime affiorano ancora oggi negli scavi archeologici. Una vera pulizia etnica.

Ma del resto non ha senso giudicare il passato con gli occhi di oggi. Cesare deve a più riprese prendere atto che i galli trovino abbastanza normale tagliare le teste dei nemici sconfitti e mostrarle in pubblico nelle occasioni solenni. Ed ha chiaro che potrebbe capitare anche alla sua di testa. Anche giudicare Cesare come generale richiede di uscire dai criteri della modernità. Spesso è in prima linea, dove più serve la presenza di un leader che sia capace di usare anche la spada. A volte è proprio preda di furor bellicus e perde il controllo della battaglia per precipitarsi in un punto specifico. Cosa che del resto, in una battaglia dove i segnali venivano dati con bandiere e trombe, poteva comunque capitare: le comunicazioni erano quantomai aleatorie. Ma la bravura di Cesare fu anche quella di aver fatto scuola. Creò un gruppo di ufficiali in grado di prendere rapidamente decisioni da soli. In molti casi sul campo gli salvarono la vita. Molti di loro, forse da discepoli troppo bravi, si sarebbero poi rivelati anche potenziali nemici di Cesare. Come ben dimostrarono le Idi di Marzo dell'anno 44 avanti Cristo. Ma questo è il prima l'epoca in cui un Cesare quarantenne, con profondissimi occhi scuri e i suoi clamorosi calzari rossi, azzecca ogni mossa, seduce ogni donna o uomo (era onnivoro), cambia il destino del mondo creando in un certo senso l'Europa.

Anche se a un prezzo altissimo, anche se per ambizione personale, o per far quadrare i conti (in politica spesso è la stessa cosa).

La civiltà non è sempre figlia della virtù, piaccia o non piaccia. Più spesso è figlia del ritmo uniforme di un esercito in marcia. E di chi lo sa condurre con ambizione.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica