Ci sono momenti della vita in cui si ama, si soffre e si sente tutto con una forza difficile da dimenticare. È da queste emozioni, dai ricordi e dalle esperienze che lasciano un segno, che prende forma Quando vivevo il mio fuoco (Eretica Edizioni), la raccolta poetica della giornalista e scrittrice Chiara Clausi, composta da cinquanta componimenti. Attraverso i suoi versi, l’autrice racconta le passioni e le contraddizioni dell’esistenza, ma anche le ferite e le fragilità che accompagnano il percorso di ognuno. Una scrittura che non cerca di addolcire la realtà e che mette al centro l’essere umano, con le sue inquietudini, i desideri irrisolti e quella continua ricerca di felicità che spesso si scontra con la durezza della vita. Giornalista e scrittrice, originaria della Calabria, Clausi ha costruito negli anni un percorso letterario che si muove tra esperienze e generi differenti. Nel 2022 ha pubblicato Beirut au revoir, reportage dedicato alla capitale libanese, dove ha vissuto per sei anni, dal 2016 al 2022. Nel 2024 è arrivato Claudine, romanzo di formazione con al centro una giovane donna desiderosa di scoprire il mondo, seguito nel 2025 da L’estate di Nanà, una storia senza lieto fine che affronta il tentativo di emancipazione di una donna dal proprio passato. Con questa nuova opera cambia il registro narrativo, ma resta riconoscibile l’interesse per le zone più tormentate dell’esperienza umana.
Cinquanta componimenti per raccontare le contraddizioni dell’esistenza
In Quando vivevo il mio fuoco non c’è una storia da seguire secondo un ordine cronologico, né un personaggio principale che accompagni il lettore dall’inizio alla fine. Ci sono invece voci, volti, ricordi e situazioni che si susseguono, componendo una sorta di mosaico emotivo. La prima persona si alterna al racconto rivolto a un interlocutore, mentre figure femminili e maschili attraversano i versi portando con sé esperienze di amore, abbandono, violenza e solitudine.
Amore, desiderio e ferite mai rimarginate
Il sentimento amoroso è uno dei temi più presenti, ma non assume quasi mai una dimensione rassicurante. È desiderio, attrazione, promessa, ma anche tradimento e disillusione. Nei versi dedicati a una relazione ormai consumata, l’intimità si trasforma in distanza, mentre il ricordo di ciò che è stato continua a fare male. La passione, d’altra parte, non viene rappresentata soltanto come qualcosa da rimpiangere, è anche una forza che spinge a cercare la vita, persino quando questa sembra sfuggire. La morte attraversa ripetutamente la raccolta. Talvolta è una presenza che osserva, altre volte una possibilità di fuga, un confine con cui la voce poetica sembra confrontarsi senza tregua. Accanto a questa dimensione compaiono ritratti duri di donne e uomini segnati dall’emarginazione, dalla dipendenza e dalla violenza. Sono immagini che restituiscono un’umanità fragile, spesso lasciata sola, lontana da ogni rappresentazione idealizzata.
La natura come rifugio e ricerca di libertà
A fare da contrappunto a tanta oscurità è la natura. Il mare, le stelle, la luna, gli alberi, i fiori e gli animali ritornano in molti componimenti, diventando riferimenti attraverso cui osservare il mondo e cercare una forma di libertà. Il paesaggio non è soltanto uno sfondo, ma sembra riflettere gli stati d’animo di chi parla. Il mare può accogliere e proteggere, il bosco suggerire un rifugio, il cielo aprire uno spazio oltre i limiti della realtà quotidiana. Anche i ricordi dell’infanzia e della giovinezza conservano questa ambivalenza: sono luoghi di incanto, ma anche di ferite mai del tutto rimarginate.
Una scrittura intensa, tra immagini e inquietudine
Dal punto di vista formale, la raccolta è composta da cinquanta testi numerati, senza titoli individuali. Una scelta editoriale e stilistica accompagna la lettura, ogni verso inizia con la lettera maiuscola, come precisa la nota dell’editore, per sottolineare l’autonomia di ciascuna unità poetica. Il risultato è una successione di immagini spesso immediate, talvolta spiazzanti, che procede per accostamenti e contrasti più che attraverso un discorso lineare. La scrittura di Chiara Clausi punta soprattutto sull’intensità delle immagini e sulla forza delle emozioni. In alcuni passaggi la continua successione di simboli e suggestioni può rendere meno immediato il filo che lega un’immagine all’altra; inoltre, il ritorno frequente a temi come la morte, la solitudine e il dolore conferisce alla raccolta un andamento ricorrente. È però proprio questa inquietudine a costituire uno dei suoi tratti riconoscibili: non c’è la ricerca di una consolazione facile, né la volontà di offrire risposte definitive. Il fuoco del titolo, allora, può essere letto come la metafora di una stagione vissuta intensamente, nella quale amore, desiderio, sofferenza e libertà si sono intrecciati fino a diventare parte della propria identità. Ma è anche il segno di qualcosa che non si lascia spegnere del tutto, la necessità di sentire, ricordare e continuare a interrogarsi sulla vita. Una raccolta che sceglie di guardare anche nelle sue pieghe più scomode, lasciando al lettore il compito di riconoscere, tra le immagini e le parole, qualcosa della propria esperienza.
