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"La paura? Nasce per salvarci, ma può diventare anche un motore di gabbie"

Esce oggi, 24 marzo il libro “Hai ancora paura. Ciò che ti ha salvato ora ti sta fermando" (Sperling & Kupfer), in cui la scrittrice ed esperta di etica della comunicazione Maria Beatrice Alonzi riflette sul ruolo che la paura gioca nelle nostre scelte e nelle nostre relazioni. La nostra intervista

"La paura? Nasce per salvarci, ma può diventare anche un motore di gabbie"

Quante delle scelte che facciamo ogni giorno nascono davvero dalla libertà, e quante invece dalla paura? È una domanda scomoda, perché obbliga a guardare dentro quelle decisioni che crediamo razionali ma che spesso, in realtà, sono guidate da meccanismi molto più profondi. Nel suo nuovo libro Hai ancora paura. Ciò che ti ha salvato ora ti sta fermando (Sperling&Kupfer), la scrittrice ed esperta di etica della comunicazione Maria Beatrice Alonzi affronta proprio questo nodo, il ruolo invisibile che la paura gioca nelle nostre vite.

Attraverso un percorso narrativo costruito come un viaggio in cinque luoghi simbolici, dalla Stanza dell’Interrogatorio all’Archivio fino al Tribunale, Alonzi accompagna il lettore dentro quelle emozioni che spesso non sappiamo riconoscere ma che influenzano relazioni, lavoro e identità. Perché, come scrive nel libro, “le scelte mancate non scompaiono. Si sedimentano. Si accumulano negli anni, fino a tornare all’improvviso, magari alle tre di notte, quando non riesci a dormire e ti chiedi: ‘E se avessi fatto in modo diverso?’”. Autrice di saggi bestseller tradotti in oltre quindici Paesi e seguita da una community di milioni di persone, Alonzi analizza i processi emotivi e inconsci che strutturano la paura e orientano il comportamento umano. Il libro mette a fuoco le paure più diffuse del nostro tempo, non essere abbastanza, restare soli, deludere, non riuscire a cambiare vita; ricostruendone origine, funzione e possibilità di trasformazione. Con lei, nella nostra intervista, abbiamo parlato di scelte, di rimpianti e di quella paura che a volte ci salva, ma altre volte finisce per tenerci fermi.

Perché la paura è l'unico motore che ci spinge a fare le scelte? Una scelta per salvarci o al contrario noi siamo i peggiori nemici di noi stessi?

“Entrambe le cose. E questa è la parte più scomoda da accettare. La paura è un’emozione, un’emozione primaria per essere precisi. Nasce con noi, con noi come specie, arriva prestissimo, alla nascita: nasce per salvarci, il sistema di difesa più antico che abbiamo. La paura però, quando la nostra sopravvivenza dipende letteralmente dall'essere visti, nutriti, curati, amati e protetti dalle nostre figure genitoriali, diventa un motore di gabbie se chi deve svolgere il ruolo di caregiver non è capace. Un bambino che prova paura non ha gli strumenti per elaborarla, contenerla, darle un senso. Quella capacità - che si chiama regolazione emotiva - non si sviluppa in isolamento. Si costruisce nella relazione con chi si prende cura di noi. Quando un genitore risponde alla paura del figlio con presenza, con calma, con contenimento, sta letteralmente insegnando al sistema nervoso di quel bambino che le emozioni intense sono tollerabili, che passano, che non distruggono. Quando invece quella risposta manca, perché il genitore è assente, imprevedibile, abusante, o semplicemente non attrezzato, il bambino resta solo con un'emozione troppo grande per lui. E impara l'unica cosa che può imparare in quel momento, strategie per sopravvivere a quella paura, non per attraversarla.

Quelle strategie: il controllo compulsivo, l'annullarsi, il non chiedere mai, il dire sempre sì, funzionano. Nell'infanzia funzionano davvero. Il problema è che diventano l'unico modo che conosciamo per stare al mondo. Pensiamo ai bambini di 2 anni che corrono a destra e manca ripetendo sempre lo stesso giro, tirando gli stessi oggetti, andando verso gli stessi angoli, urlando sempre gli stessi suoni: cercano una routine, una stabilità che i genitori non gli stanno dando, perché non hanno idea di cosa stiano facendo come caregiver. Noi siamo programmati biologicamente per cercare riparo nella ripetizione, nell’iterazione, se non lo troviamo, lo creiamo noi.

E da adulti continuiamo a farlo, a usare le stesse difese, anche quando in teoria non servirebbero più (dico in teoria perché il pericolo esterno non avrebbe bisogno della nostra difesa per scomparire ma quello percepito interno, sì). Le usiamo, infatti, anche quando ci costano molto più di quanto ci proteggano. Non perché siamo i nostri peggiori nemici. Ma perché nessuno ci ha mai insegnato altro. Voglio dire che i genitori sono i peggiori nemici dei figli? Se sono impreparati, sono stati cresciuti altrettanto male e non hanno nessuna voglia o risorsa per mettersi in gioco e imparare a fare diverso sì” .

Quando la paura smette di proteggerci e comincia a sabotarci?

“Quando comincia a scegliere al posto nostro senza che ce ne accorgiamo. Finché la paura ci dice "attenti" di fronte a un pericolo reale, sta facendo il suo lavoro. Il sabotaggio inizia nel momento in cui diciamo sì a qualcosa che non vogliamo, teniamo un silenzio che ci brucia dentro, rinunciamo a qualcosa di importante, e in tutto questo crediamo di stare scegliendo liberamente. Il confine è esattamente lì: nella consapevolezza. Quando puoi nominare la paura, quando riesci a dire «Sto facendo questa cosa per paura, non perché la voglio davvero», in quel momento ha ancora potere ma non ha più il controllo totale. Il sabotaggio vive nell'inconsapevolezza. Prospera nel buio.

La paura non smette mai di proteggerci, in senso stretto. Il problema è che diventa indistinguibile da tutto il resto. Quando la regolazione emotiva non si è sviluppata in modo sano (perché il caregiver non era presente, o era imprevedibile, o era lui stesso pauroso), il nostro mondo interiore impara a stare in allerta costante. Non come scelta, ma come stato di default di stasi. Lo spazio che abbiamo per provare le emozioni, quella zona in cui riusciamo a stare con le emozioni senza esserne sopraffatti, rimane minuscolo. Qualunque stimolo che assomigli anche lontanamente a qualcosa di pericoloso come una risposta fredda, un silenzio, una critica, attiva la stessa risposta che si attivava quando il pericolo era reale da bambini. Il corpo non distingue tra allora e adesso. Tra quella cucina e questo ufficio. Tra quel genitore e questo collega. La paura comincia a sabotarci esattamente lì: quando risponde al presente come se fosse il passato, e noi non sappiamo riconoscere la differenza perché nessuno ci ha mai insegnato a farlo”.

Se dovesse dare un volto alla paura che descrive nel libro, che età avrebbe? È più infantile o più adulta?

“Sei anni. La paura che descrivo nel libro non ha il viso di un’adulto, è sempre il viso di una bambino che ha imparato qualcosa di sbagliato su sé stesso in un momento nel quale non aveva ancora gli strumenti per difendersi. Non è una paura sofisticata, non è razionale, non risponde agli argomenti logici che le portiamo da adulti. È una paura antica, istintiva, corporea. È quella che sente il battito accelerare quando qualcuno non risponde a un messaggio, quella che fa stringere lo stomaco prima ancora che la mente abbia elaborato la situazione. Quella paura ha sei anni. Perché a sei anni puoi verbalizzare cos’hai ma nonostante questo non hai assolutamente le parole per dire cos’hai. Avresti i mezzi, ma non hai le risorse: e non esiste dolore e spavento più incredibile, più traumatico, di credere di essere sbagliati e nessuno che riesca a dirti che va tutto bene. Lo ricordi per sempre. Ti plasma per sempre. Quella paura, se provata, continua ad abitare i nostri corpi da adulti, spesso senza che lo sappiamo”.

Come si fa a riconoscere quando una scelta nasce dalla libertà e quando invece nasce dal timore?

“C'è una domanda che funziona sempre, ed è brutale nella sua semplicità: «Cosa farei se non avessi paura?» (era addirittura un titolo papabile del libro). Se la risposta è diversa da quello che stai per fare, stai scegliendo per paura. L'altra cosa da imparare a riconoscere è la qualità del sollievo che segue una scelta. Quando scegli da una piattaforma di libertà, quello che senti dopo è espansione, anche se è difficile, anche se fa paura, il corpo si apre. Quando scegli per paura, quello che senti è solo adrenalina, non è sollievo ma distrazione temporanea, come togliersi una sciarpa stretta, con violenza, tirandola ancora di più, finché non si strappa, per un attimo stai meglio, riesci a respirare, ma il cuore ti batte a mille e hai i segni sul collo. La gabbia è ancora lì. La sciarpa è rotta”.

C'è una paura che secondo lei accomuna la maggior parte delle persone, al di là delle differenze di età e di contesto?

“La paura di non essere abbastanza. Cambia forma, cambia nome, si traveste da mille cose diverse, la paura del giudizio, dell'abbandono, del fallimento, della solitudine; ma alla radice c'è sempre questa; che come sei non basta. Che se mostrassi chi sei davvero, senza le maschere, senza le performance, senza la versione ottimizzata di te, le persone se ne andrebbero. È la paura più universale che esista, ed è anche quella che fa più danni, perché condanna a vivere come ombre di noi stessi pur di non rischiare di venire visti davvero (che è l’unica cosa che vorremmo)”.

Lei parla di scelte mancate che non scompaiono ma si sedimentano. È più pericoloso l'errore o il rimpianto?

“Il rimpianto, senza dubbio. Ma non per le ragioni romantiche che si sentono di solito. L'errore ha un corpo. È successo, ha una forma, ha lasciato una traccia nel mondo reale. Può fare malissimo, ma può essere elaborato (nel senso tecnico del termine), può diventare esperienza, può trasformarsi in qualcosa che appartiene al passato (cos’è il dolore se non un’esperienza di ieri, che vive sul polsino della manica che indossiamo oggi?)”. La scelta mai fatta invece non può essere elaborata, perché non ha mai avuto una realtà. Non è lutto, il lutto ha un oggetto, ha qualcosa da piangere.

La scelta mancata rimane in uno stato di sospensione permanente, irrisolta, e l'inconscio non la archivia. La tiene attiva. E quello che non viene elaborato ritorna. Non come pensiero consapevole, ma ci ritroviamo a ricreare inconsapevolmente le stesse situazioni, gli stessi bivi, le stesse occasioni mancate, cercando un esito diverso che non arriva mai. Non perché siamo masochisti, bensì perché la psiche cerca disperatamente di chiudere i conti aperti.

Le scelte mancate per paura sono i conti aperti più costosi che esistano. Non spariscono. Si sedimentano, cambiano forma, e continuano a guidare le nostre scelte future senza che lo sappiamo. Alle tre di notte non torna quello che abbiamo sbagliato. Torna quello che non abbiamo mai provato”.

Cosa risponderebbe a chi vive tormentato dal pensiero: "E se avessi fatto diversamente?

"Che quella domanda non è un pensiero, è un sintomo. "E se avessi fatto diversamente?" non è una riflessione sul passato. È la voce di un mondo interiore che non ha ancora chiuso quel conto. La mente che continua a tornare sullo stesso punto cercando disperatamente un esito diverso, un'elaborazione che non è mai avvenuta. Una difesa compulsiva che cerca di salvarci (ad ogni ossessione corrisponde sempre una compulsione). È il modo in cui funziona una mente a cui è stato negato il diritto di sbagliare, di provare, di scegliere, quando da bambini ogni errore aveva un costo emotivo enorme, il nostro sistema impara a non chiudere mai i file aperti. Li tiene lì, in attesa di una risoluzione che non arriverà mai attraverso il rimuginare. Ma il rimuginare ci fa sentire di poter controllare l’angoscia, è tutto ciò che abbiamo.

Quello che rispondo io è questo: innanzitutto se questo modello compulsivo è sfiancante e doloroso e si ripete giorno dopo giorno è assolutamente necessario portarlo nella stanza di uno psicoteraputa, perché questo sintomo è invalidante. Se è più superficiale, più lieve, meno integrato nella quotidianità allora questo: quella scelta, in quel momento, è stata fatta con quello che avevi. Non gli strumenti che avresti voluto avere, non la consapevolezza che hai oggi, quello che avevi allora, in quel corpo, con quella storia, con quella paura. Non avresti potuto fare diversamente. Non perché il destino fosse scritto, ma perché nessuno sceglie al di là di ciò che sa. La domanda giusta non è "e se avessi fatto diversamente?" La domanda giusta, l'unica produttiva, è: "Ora che so, cosa scelgo?" Perché il passato non si riscrive. Ma il presente, sì”.

Il libro invita a non sentirsi colpevoli del passato ma responsabili del futuro. È una distinzione semplice da capire ma difficile da applicare: qual è il primo passo concreto per farlo?

“Prima di rispondere al "come", bisogna capire il “perché”: perché la colpa è così difficile da lasciare andare? La colpa è una difesa psicologica: se è colpa mia, allora ho un controllo sulla situazione. Se non è colpa mia, sono impotente. E l'impotenza, per chi è cresciuto in un ambiente imprevedibile, è insostenibile: non difficilmente sostenibile, insostenibile. Punto. Quindi ci aggrappiamo alla colpa perché ci fa sentire, paradossalmente, al sicuro.

Il primo passo non è smettere di sentirsi in colpa, questo è impossibile, non dipende in nessun modo dalla forza di volontà. Il primo passo è riconoscere che quella colpa sta svolgendo una funzione. Chiedersi: "Cosa succederebbe se non fossi io la responsabile di questo?" Se la risposta fa più paura della colpa stessa, lì c'è il lavoro da fare (in terapia, se il mio libro non basta a fare luce su questo meccanismo).

La distinzione tra colpa e responsabilità non è una questione di prospettiva temporale: non è solo "la colpa guarda indietro, la responsabilità guarda avanti." È una questione di identità. La colpa dice: “sei sbagliato”. La responsabilità dice: “hai fatto qualcosa che domani puoi fare diversamente”. Una riguarda chi sei, l'altra riguarda quello che fai. Spostarsi dall'una all'altra richiede di aver costruito un senso di sé abbastanza solido da tollerare l'errore senza esserne distrutti. E quel senso di sé, se non si è costruito da bambini grazie all’aiuto dei genitori, si costruisce. In terapia, nelle relazioni sicure, nel tempo. Non con un esercizio mentale, purtroppo”.

C'è una scelta particolare della sua vita che oggi legge in modo completamente diverso rispetto a quando l'ha fatta?

“Ogni scelta mi ha salvato, ogni scelta mi ha sorretto e ogni scelta mi ha portato qui. Quando le guardo provo tenerezza per le risorse scarse che possedevo certe volte e un orgoglio immenso per averle comunque sostenute”.

Lei è un'esperta di comunicazione e reputazione digitale: quanto i social amplificano le nostre paure di non essere abbastanza?

“Da uno a cento, diciamo mille. I social non hanno inventato la paura di non essere abbastanza, quella è antichissima, nasce nei primissimi anni di vita nel momento in cui il caregiver non rispecchia adeguatamente il bambino. Ma l'hanno resa un ambiente. Ci vivono dentro. Ogni like che non arriva, ogni storia ignorata, ogni confronto con una versione filtrata della vita altrui attiva esattamente lo stesso sistema che si attivava quando non venivamo visti da chi avrebbe dovuto vederci”.

Perchè?

“Perché i social sono fatti a immagine e somiglianza dell’Inconscio. Servono a restituirci una nozione e una soltanto, siamo soli, siamo rotti e siamo mancanti. Poiché questo è il modo per tenerci lì e per venderci qualcosa che ci renderà amabili, aggiusterà, riempirà. I social nascono come strumento di marketing, non come strumento di comunicazione. Servono a vendere spazi pubblicitari, non a costruire legami. E più sono bravi gli ingegneri che li costruiscono e più viviamo nell’illusione contraria. Sui social si trova la cura per tutto, peccato che sia per il “tutto” che solo i social stessi ci hanno indotto a pensare ci mancasse.

Non solo, i social hanno trasformato la regolazione emotiva, che dovrebbe avvenire nelle relazioni reali, nei legami sicuri, in un sistema di validazione esterna infinita e mai sufficiente. Una macchina che si alimenta dell'insicurezza delle persone a botte di dopamina, una dietro l'altra. Con una precisione chirurgica: quella che ci tiene incollati, fino alla prossima”.

Scrivere questo libro è stato anche per lei un atto terapeutico?

“No. E trovo la domanda rivelatrice di qualcosa di importante: non verrebbe mai posta a un cardiologo che pubblica una ricerca sulle malattie cardiache, o a un ortopedico che scrive di patologie del ginocchio. Il mio è un saggio (scritto però in forma narrativa per essere estremamente godibile dal lettore), la divulgazione sulla salute mentale è il campo di studio e ricerca che ho scelto. La terapia è un'altra cosa, è uno spazio protetto, con un professionista formato, che ha sostenuto un esame di stato e si è abilitato, nel quale avviene un lavoro che nessun libro può sostituire. Mai, per nessun motivo. Il mio libro, come altri, apre porte (nel mio caso letteralmente), consegna parole che prima della lettura forse non si avevano, può essere l'inizio. Ma se si sente un dolore, proprio qui in mezzo alle emozioni, allora la terapia è la terapia. Ed è l’unica soluzione. E io sono la prima a dirlo”.

C'è stato un capitolo particolarmente difficile da scrivere?

“Sì, ma non posso svelarlo. Perché darebbe ai lettori contezza di cosa troveranno nell’ultimo Atto e mi piacerebbe che lo scoprissero da soli, una volta giunti a quel punto del viaggio”.

Qual è la paura che Maria Beatrice Alonzi sta ancora imparando ad affrontare?

“Quella di perdere i miei genitori. Vorrebbe dire salutare per sempre una parte di me, non essere figlia, mai più. E anche se sono ormai grande, ogni tanto è bello poter chiudere gli occhi e ritrovare per un istante l’ingenua speranza di un abbraccio che cura ogni cosa, quello di mamma e papà”.

Lei ha una formazione in analisi comportamentale: quanto le nostre scelte sono davvero consapevoli?

“Pochissimo. E dirlo ad alta voce disturba, lo so. Proprio nell'analisi comportamentale troviamo il sistema di codifica delle espressioni facciali che permette di leggere le emozioni microsecondo per microsecondo, prima ancora che la persona stessa le abbia elaborate cognitivamente. La scienza ci regala questa certezza, il volto agisce prima della mente, in risposta all’emozione e non alla decisione. Sempre. Le microespressioni durano tra i 40 e i 500 millisecondi; appaiono e scompaiono prima che l'impianto cognitivo abbia il tempo di agire.

La stragrande maggioranza delle nostre scelte viene presa in modo automatico, guidata da pattern appresi, da memorie emotive implicite, quelle che non ricordiamo come episodi ma che vivono nel corpo come risposte condizionate. Quello che chiamiamo "scelta consapevole" è spesso una razionalizzazione a posteriori, una narrazione che costruiamo per dare senso a qualcosa che il sistema nervoso aveva già elaborato”.

E qui si chiude il cerchio con tutto quello di cui parliamo in questo libro: se le nostre scelte nascono da pattern formati nell'infanzia, da emozioni mai regolate, da paure che il corpo porta senza che la mente le abbia mai nominate, allora la consapevolezza non è un punto di partenza. È un traguardo. Qualcosa che si costruisce, faticosamente, nel tempo. Non con la forza di volontà ma con l’osservazione”.

C'è un'età in cui diventa più difficile cambiare o è solo una narrazione che ci raccontiamo?

“È una narrazione. Una delle più potenti e delle più comode, perché ci esime dalla responsabilità. E diciamolo ancora una volta: se sono colpevole posso espiare il dolore, l’errore. Se sono responsabile devo invece cambiare. Sono fatto così, ormai è tardi per cambiare" è esattamente la voce della gabbia: quella che preferisce la certezza del dolore noto all'incertezza di qualcosa di nuovo. Ma c'è qualcosa di più preciso da dire sul perché quella narrazione sia così convincente: i pattern ripetuti per decenni non sono solo abitudini. Diventano identità. Cambiare a cinquant'anni non significa imparare comportamenti nuovi, significa rinunciare a chi si è creduto di essere per tutta la vita. E questo fa paura in un modo molto specifico, diverso dalla paura ordinaria. È la paura del vuoto che resta quando togli la maschera che hai indossato così a lungo da dimenticare che era una maschera. “Chi sono, se non sono questo?” Il problema è che non si è, finchè non si è: e il vuoto nel mezzo tra queste due occorrenze terrorizza tutti noi. Ma il cervello è plastico per tutta la vita. La neuroplasticità non ha una data di scadenza. Quello che diventa più difficile con l'età non è cambiare: è trovare la strada per farlo, perché i pattern antichi sono più radicati e il costo del cambiamento sembra più alto di quanto sia davvero.

Ma non è mai troppo tardi. La prova? Ogni persona che conosco che ha iniziato un percorso terapeutico dice che quelle successive sono state le stagioni più vere della sua vita. E io ho tanti lettori anche di 50, 60 e 70 anni”.

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