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Le rose sfiorite di un regime al tramonto. Mussolini e i gerarchi secondo Fusco

L’Albania, la Grecia, Starace, Grandi, il Duce: che sfacelo

Le rose sfiorite di un regime al tramonto. Mussolini e i gerarchi secondo Fusco
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Negli anni Cinquanta, nonostante la famosa egemonia della sinistra, il fascismo, e in particolare il Duce, con le sue donne, erano il pane quotidiano dei rotocalchi. Benito Mussolini era raccontato come una figura simile a un sovrano sul quale spettegolare.
Certo, l’Italia aveva avuto una famiglia reale ma non era altrettanto stuzzicante. Nonostante l’infamia della dittatura, l’alleanza con il nazismo, la tragedia delle leggi razziali, la guerra perduta, Mussolini restava un personaggio capace di destare interesse pruriginoso nei lettori. Le rose del ventennio di Gian Carlo Fusco è un libro di racconti sul fascismo uscito per la prima volta proprio alla fine dei Cinquanta e oggi riproposto da Sellerio con prefazione di Alessandro Robecchi e una nota di Beppe Benvenuto. Fusco concede qualcosa alla moda soprattutto nel racconto che dà il titolo alla raccolta. Il duce riceve le rose scarlatte dalle donne fasciste in visita. Benito fa l’istrione, ammicca, si concede e non si concede, infine, quando le delegate sono conquistate, le congeda all’improvviso. Intanto Mussolini «già lontano... Stringeva la rosa nel pugno e ne faceva cadere i petali, a uno a uno, distrattamente». Colpo di teatro magistrale, commenta Benvenuto, e ha ragione. In quel gesto distratto c’è tutto l’uomo Mussolini. Così come ha ragione a sottolineare l’altro straordinario racconto dedicato alla mancata incoronazione di Tomislavo II, fantomatico re del fantomatico regno di Croazia, creato, solo sulla carta, all’inizio della Seconda guerra mondiale. Aimone di Savoia non aveva alcuna intenzione di governare uno stato per altro inesistente. Ma aveva creato, a Roma, un piccolo staff, totalmente inutile ma dedito a un lavoro indefesso per due anni. Al termine dei quali fu congedato senza troppe discussioni. E qui c’è tutta l’Italia in un aneddoto bizzarro. Per il resto, i racconti sono ambientati quasi tutti in Albania e in Grecia. Siamo all’inizio di una campagna rovinosa. Neanche la presenza del Duce riuscirà a galvanizzare un esercito malnutrito, malvestito, con cartine geografiche obsolete, e soprattutto poco convinto.
Assistiamo, basiti come i veri soldati nella realtà, alla sfilata dei gerarchi inviati da Mussolini per far vedere che tutti erano al fronte, e che i capi del regime non si sottraevano al dovere. Arrivano Starace e Grandi e altri ancora.
Tutti fuori luogo, patetici, in fond tristemente comici. Arrivano anche i fanatici del fascismo, i super-arditi che poi non ardiscono ma ordiscono elaborate notti con cibo prelibato e prostitute.
Se vogliamo, le storie di Fusco sono minime, eppure così centrate che il lettore riesce a farsi un’idea precisa di cosa fosse il regime fascista. Non c’è bisogno di schiacciare il pedale della satira né tanto meno quello del moralismo. A Fusco basta raccontare con finezza e lasciare che il fascismo, con le sue pretese e i suoi paradossi, si smonti da solo.
Fusco (1915-1984) è stato un grande giornalista al Mondo, Europeo, Giorno e Cronache. Dice la leggenda che fece i lavori più disparati prima di sfondare nel mondo delle lettere: accompagnatore, pugile, gangster, attore. Pare che qualcosa sia inventato. Ma sono tutti plausibili. Come narratore, il suo libro più famoso, Duri a Marsiglia, è ambientato nel mondo della malavita francese.

Quando l’Italia tollerava, un notevole successo, rievocava i tempi delle case chiuse (dalla legge Merlin).
Profondità e leggerezza spesso sono considerate in contrasto.
Non è proprio il caso di questo Le rose del ventennio.

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