La cosiddetta Trilogia cosmica (nuova edizione riveduta e ampliata, traduzione di Germana Cantoni De Rossi, Adelphi, pagg. 723, euro 19) occupa una posizione centrale nell'opera di C. S. Lewis. Non è un esercizio laterale né un capriccio fantascientifico, ma il punto in cui la sua immaginazione narrativa e la sua biografia intellettuale di cristiano convertito si saldano in modo esplicito. Lontano dal pianeta silenzioso (1938), Perelandra (1943) e Quell'orribile forza (1945) rappresentano il primo tentativo sistematico di Lewis di pensare il cristianesimo non come morale privata o rifugio psicologico ma come spiegazione complessiva del reale.
La conversione di Lewis, maturata tra il 1929 e il 1931 dopo un lungo attraversamento dell'ateismo, non fu mai sentimentale. Il cristianesimo gli apparve come una verità dura, esigente, quasi ostile, ma intellettualmente inevitabile. Proprio per questo egli sentì presto l'insufficienza del solo saggio apologetico: la fede, se vera, doveva generare un immaginario alternativo a quello moderno. La Trilogia cosmica nasce da questa esigenza: competere con le mitologie del progresso, della tecnica e dell'evoluzionismo scientista usando il loro stesso linguaggio, la fantascienza, ma rovesciandone i presupposti.
In questo snodo è decisivo il sodalizio con J.R.R. Tolkien, all'interno degli Inklings, ovvero gli imbrattacarte che si trovavano al pub per leggere le proprie opere agli altri. Tolkien fu determinante nel persuadere Lewis che il mito non fosse una menzogna consolatoria, ma una forma di verità anticipata. Da qui l'idea, centrale per entrambi, del cristianesimo come "mito vero". Ma il rapporto non fu a senso unico. Sul piano narrativo fu Lewis a svolgere il ruolo del pungolo: ascoltò per anni i capitoli del Signore degli Anelli e spronò Tolkien a non abbandonarla. Senza l'insistenza di Lewis, la grande epopea tolkieniana difficilmente avrebbe raggiunto la forma definitiva. Questa dialettica Tolkien teorico del mito, Lewis narratore militante è lo sfondo concreto su cui prende forma la Trilogia cosmica.
Lontano dal pianeta silenzioso è già una dichiarazione di guerra culturale. Lewis era diffidente verso la science fiction contemporanea, che giudicava materialista e spesso complice di un'idea disumanizzante di progresso. Il viaggio marziano non rivela un futuro tecnologico, ma un pianeta ancora integro, governato da intelligenze spirituali. La Terra appare come il "pianeta silenzioso", isolato a causa dell'indole malvagia degli abitanti. Il protagonista Ransom scopre che la Terra è il "pianeta silenzioso", isolato a causa della ribellione dell'umanità: una trasposizione cosmica della dottrina del peccato originale. Il pianeta Venere diventa il teatro di una nuova tentazione, di un possibile secondo Eden. Qui la dimensione allegorica è più esplicita e più rischiosa: il romanzo mette in scena il dramma della libertà prima della caduta, interrogandosi su ciò che rende il male realmente tale. Non c'è ingenuità, né moralismo. Il male, in Perelandra, è logico, persuasivo, quasi ragionevole.
È un libro teologicamente audace, scritto nel pieno della Seconda guerra mondiale, quando l'idea stessa di innocenza sembrava una provocazione.
Quell'orribile forza, infine, è il romanzo più cupo e meno cosmico in senso stretto. Ambientato in un'Inghilterra riconoscibile, racconta l'ascesa di un potere tecnocratico che mira a superare l'uomo in nome dell'efficienza e del controllo. Qui Lewis incrocia la distopia, la satira universitaria e l'escatologia cristiana. È anche il testo più autobiografico: il mondo accademico che vi viene descritto, opportunista e moralmente vuoto, è quello che Lewis conosceva fin troppo bene. Il bersaglio non è la scienza, ma la sua assolutizzazione ideologica, quando viene separata da ogni criterio etico.
Nel complesso, la Trilogia cosmica segna il momento in cui la conversione di Lewis diventa evidente anche sul piano creativo. Prima dell'apologeta e prima del creatore di Narnia, c'è questo Lewis combattivo, polemico, disposto a usare l'immaginazione come arma culturale. Non evasione dalla storia, ma contro-mitologia. Non fantasia come fuga, ma come giudizio (im)pietoso sul mondo moderno materialista e nichilista.
Niente di strano per l'autore che ha scritto questa frase illuminante sulla fede: "Parlatemi della verità della religione e ascolterò con
gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite" (da Diario di un dolore, in uscita per Adelphi, pagg. 86, euro 10).