La lezione di Lethem: scrivere significa ritagliare figure di carta

L'autore americano spiega come dà vita ai suoi romanzi: è come realizzare un grande collage di brandelli emotivi

La lezione di Lethem: scrivere significa ritagliare figure di carta

Per me c’è uno strano e insondabile abisso fra il momento in cui si conclude un romanzo e il momento in cui viene pubblicato. In alcuni giorni la durata di questo periodo sembra interminabile, come se il libro fosse un’astronave partita per una qualche missione nello spazio, popolata di derelitti dimenticati come quelli di John Carpenter in Dark Star, una navicella abbandonata da chi l’ha lanciata, irrecuperabile e, a causa della curvatura spazio temporale, talmente deformata che non vale più la pena di riportarla a casa. Poi ci sono giorni in cui il libro ti dà la sensazione di essere un lancio partito troppo presto dalla mano, una palla in volo verso la casa base. E se incontrerà il guantone del ricevitore o se verrà colpita dal punto migliore della mazza non è dato saperlo. Inutile pentirsi del tiro una volta che la palla ti sta scivolando via dalle dita. Puoi solo stare a guardare. La stranezza sta in quell’intervallo in cui il libro ha smesso di appartenere a te, ma non appartiene ancora a nessun altro, quando non è ancora stato sancito, nel bene e nel male, dall’indiscriminata accoglienza o disprezzo del mondo. È una variante del gatto di Schrodinger, né morto né vivo nella sua scatola.
A volte, durante quell’intervallo, mi ritrovo a riguardare i collage di appunti, i brandelli di ispirazione o conseguenze illogiche a cui mi ero aggrappato quando ancora non c’era nulla in cui credere. Non traccio i miei libri, non prendo appunti sistematici, non faccio schemi né profili dei personaggi, piuttosto accumulo frammenti di espressioni, simili a una lettera di riscatto, o ai primi volantini punk-rock. In altre parole incollo insieme pezzi di cazzate, e mi metto a fissare il risultato, in attesa del mio romanzo. Mi piace la colla. Una volta che comincio a scrivere non rivolgo quasi più nemmeno uno sguardo al mio assemblaggio modello Frankenstein. Non ne ho bisogno. Qualunque cosa io abbia scritto, sarà mille volte più utile di quello che avevo immaginato di poter scrivere. Tuttavia, può risultare strano ripensare al libro che avevo in mente prima che arrivasse quello vero a cancellarne l’immagine.

Ecco un articolo della Reuters intitolato Germania. Impossibile non amare il piccolo cucciolo? Non proprio: «Lo zoo di Berlino ha preso le difese di Knut, un cucciolo di orso polare di tre mesi, rifiutando le rivendicazioni degli animalisti secondo i quali Knut dovrebbe essere ucciso con un’iniezione letale perché troppo dipendente dall’uomo ormai. Il destino del cucciolo ha attirato l'attenzione della capitale dal giorno della sua nascita a dicembre, quando la madre, un ex orso da circo, rifiutò lui e il fratello». Ogni particolare di questo ritaglio mi riempie di sgomento, e ora anche di una certa nostalgia: come avevo potuto non includere Knut nel mio libro? L’unica cosa di cui avrei dovuto scrivere. «Un ex orso da circo» - cosa ha visto la madre di Knut nei suoi cuccioli da provocarle quel rifiuto? O forse ha avuto paura che amandoli sarebbero diventati anche loro orsi da circo? Era più clown o più acrobata? Aveva infine cominciato ad amare il cerone e le urla della folla? E le grandiose certezze degli animalisti, feroci quanto ogni fondamentalismo religioso. Secondo il leader degli attivisti Frank Albrecht «La mano dell’uomo aveva condannato il cucciolo a una vita disfunzionale». Non riesco a fare a meno di chiedermi se anche la madre di Albrecht non sia stata un’artista da circo. E lo zoo di Berlino - ne ho attraversato anch’io personalmente la puzza, pensando a David Bowie e agli U2, osservando stupefatto gli adolescenti tedeschi che chiedono l’elemosina e spacciano droga fuori dalla stazione della metropolitana dello zoo.

Che libro pensavo di scrivere?
La seguente è una frase tratta da Nuisance Value («Valore di disturbo»), un saggio di Adam Phillip in cui l’autore tenta di parafrasare Senza un soldo a Parigi e Londra di George Orwell: «Nel libro Orwell sembra voler suggerire che i criminali sono coloro che puniamo perché rappresentano un disturbo; gli artisti sono coloro che ricompensiamo perché rappresentano un disturbo; gli uomini d’affari di successo sono dei criminali travestiti da artisti». Potrei rileggere questa frase migliaia di volte senza riuscire a comprenderne il significato, eppure sembra spiegare i sospetti segreti che ho sempre nutrito riguardo all’esistenza contemporanea, al nostro destino individuale sotto la condizione del «tardo capitalismo» (o in qualunque altro modo si debba definire la nostra realtà); la frase ha per me lo stesso effetto di una poesia di John Ashbery in questo senso. Volevo scrivere un intero romanzo basato su questa frase, ma ci sono riuscito? Forse è proprio questo che mi era piaciuto dell’articolo telegrafico della Reuters sull’orsetto Knut: assomigliava già a un romanzo basato sulla frase di Adam Phillip. Gli attivisti ritenevano che Knut rappresentasse un disturbo, che non fosse sufficientemente orso: era stato ridotto alla condizione di criminale o senzatetto a causa della sua dipendenza. Knut si trovava Senza un soldo. Lo zoo, nel difenderlo, lo aveva innalzato allo status di artista, un ibrido senza precedenti, che seppur inutile e forse perfino disfunzionale, forniva un più che adeguato «valore di disturbo». L’articolo aveva anche menzionato il fatto che lo zoo fosse «pronto per i bagni di folla». I soldi cambiano ogni cosa.

«Forse questi segreti, i segreti di ognuno, venivano espressi solo quando la persona li trascinava con fatica alla luce del mondo, li imponeva al mondo, e li rendeva parte dell’esperienza del mondo. Senza questo sforzo, il luogo segreto restava solo una prigione sotterranea in cui morire; senza questo sforzo l’intero mondo sarebbe soltanto un luogo buio e invivibile». Queste parole sono tratte da Un altro mondo di James Baldwin. Le ho incollate, anch’esse, nei miei appunti - le ho ribattute, come ho fatto di nuovo ora - nella speranza che il mio libro, qualunque cosa ne venisse fuori, risultasse all’altezza della sfida che queste parole propongono, che trascinasse qualche piccola cosa alla luce, tirandola fuori dalla prigione. Poi ho creato dei personaggi, li ho contestualizzati in una storia e ho elaborato qualche migliaio di frasi, ho cercato di distribuire sorpresa e divertimento, e mi sono imbattuto in quel curioso fardello del romanziere, quello di passare così tanto tempo con le figure di carta da farle sembrare dolorosamente reali e piacevolmente care. Ma poi, chissà se sono davvero riuscito a fare anche solo una parte di quello che avrei voluto fare? Il mio libro è una nave stellare che fluttua fuori dall’orbita, un lancio in una traiettoria delineata dal palmo e dalle dita e ora in balia dei misteri dell’aria, al di là della mia portata. È un pasto che ho cucinato ma non posso assaggiare. Voglio che il lettore possa gustare quello che ho gustato io in quei primi frammenti e ritagli, il mio patetico progetto laminato per il futuro, come il collage di scene sulla vita familiare piccolo borghese che il ladro James Caan esibisce a Tuesday Weld nella straziante scena del primo appuntamento in Strade violente di Michael Mann. Mi auguro, una volta cominciata la costruzione della storia, di non essermi dimenticato di aprire degli spiragli da cui lasciare entrare la luce, dove possa vagabondare Knut, anche se non avesse un nome.
(traduzione di Maria Sole Abate)

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